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Ho ricevuto l’invito a parteciare al prossimo NoBerlusconiDay, immagino in qualità di blogger (di certo indegnamente vista la mia recente pigrizia).
Vado a vedere il sito creato ad hoc dal gruppo di bloggisti e feiscbucchisti che hanno avuto l’ideuzza: (http://www.noberlusconiday.org/) e trovo questo:
Ma pensa….
Càpita in qualche serata di pioggia di fare esplorazioni senza motivo. E scovare sorprese. Non proprio a caso del tutto perché ci sono fonti che raramente deludono come per dire la Library Of Congress con le sue mostre e raccolte che generosamente diffonde. Ce n’è una eccezionale formata da centinaia di foto a colori della vita in America negli anni ‘30 e ‘40 che è di gran lunga più “densa” di qualunque ponderoso studio di sociologia e infinitamente più piacevole perché le immagini hanno un potere evocativo in grado di solleticarmi certi strati emotivi archetipici che credevo sepolti in profondità ormai inaccessibili.
La collezione completa: 1930s-40s in Color
Sia chiaro che questa è un’America rurale povera, forse non quanto l’Italia di allora, ma povera, fatta di minatori e di contadini che conservano religiosamente le rape nei vasetti per riuscire a passare l’inverno. E di famiglie numerose con la mamma che fabbrica i vestiti per le figlie tutti uguali perché fatti con la stessa pezza di stoffa acquistata a rate:
Ma bisogna saper vedere e questo non è da tutti. Me ne sono accorto perché la Library ha avuto la diabolica idea di pubblicare tutto su Flickr e ha inviato tutti a inserire le proprie osservazioni sottoforma di hotspot. Ne è venuta fuori una sorta di stupefacente psico-socio-analisi di massa: c’è chi ha riconosciuto la foto della nonna da bambina e ne ha raccontato il destino successivo; altri identificano il tipo di pellicola da certe marcature chiare sui bordi della foto; alcuni si lanciano nella decifrazione delle scritte pubblicitarie sfocate che appaiono sugli sfondi; per non parlare delle analisi dello stato dei rapporti tra i sessi basate sugli sguardi e le posture di ignari modelli implacabilmente fissate per l’eternità.
Vedere per credere. Ci si diverte, ma senza i commenti della folla degli appassionati decifratori di immagini mi sarebbe sfuggito il 90% di quello che avevo sotto gli occhi. Scorrere quell’archivio collettivamente commentato invece è stato come fare un corso accelerato di cultura visiva e iconografia storica.
Per dire, guardate la stratificazione dei commenti nella foto seguente:
In basso a destra viene impietosamente demolita la mia convinzione che i pantaloni a zampa di elefante fossero un fulgido frutto della creatività sessantottesca. Copiati invece, che delusione!
E poi c’è quella noticina in alto a destra che parla di una certa Rosie la Rivettatrice che – a quanto pare – è molto famosa e in effetti mi richiama qualcosa… ma cosa? E qui l’istinto investigativo reclama un duro lavoro: la foto fa parte di una serie che mostra come le donne sono state inserite nell’industria bellica negli anni ‘40 e sia chiaro che si tratta di propaganda bellica e non di inchieste o reportage: gli abiti delle ragazze sono pulitissimi e appena stirati e l’uso sapiente dell’illuminazione è quasi hollywoodiano. A volte si vedono rossetti scarlatti, bottoni in madreperla su candide camicette, riccioli freschi di parrucchiere… in certi casi la cosa è talmente forzata che anche gli americani più patriottici se ne accorgono.
Le foto furono realizzate dall’Office of War Information (OWI) tra il 1939 e il 1944 con l’intento di documentare vari aspetti della vita americana, tra i quali la mobilitazione bellica e l’ingresso delle donne nel mondo dei lavori maschili. Par di capire che le donne, lasciate a loro stesse, non dovessero essere troppo entusiaste dall’idea di mettersi a fare il metalmeccanico…
“In Akron, Ohio, il governo intervistò 87,000 casalinghe, ma ne reclutò solamente 630” (1)
e che quindi è l’OWI si è attivata per tentare di costruire un forte immaginario positivo, capace di convincerle.
“Finanziò film da proiettare nelle chiese, scuole, industrie belliche, associazioni. Suggerì trame e copioni per i film di Hollywood. Sponsorizzò speciali messaggi radio su 75 programmi alla settimana per due mesi, con tre annunci quotidiani per emittente.” (1)
Ora teniamo d’occhio l’evoluzione di questa iconografia, dai primi maldestri tentativi, fino al risultato di maggior successo. Il filo conduttore è quel fazzoletto legato attorno alla testa, dal quale escono i seduttivi ricciolini. Queste sono le operaie nell’industria bellica, quelle vere:
Sporche, stanche, non proprio eleganti e pagate il 40% in meno degli uomini a parità di mansioni (ma sempre più del doppio di una domestica o cameriera).
“In 1944 women in manufacturing averaged $31.21 per week and men $54.65 – a situation due in large part to women’s working at lower-level jobs but also to higher rates for men” (1)
E queste sono le loro più famose trasfigurazioni, quelle rimaste nel nostro immaginario:
A sinistra Rosie the Riveter vista dal grande Norman Rockwell (per il Saturday Evening Post nel 1943) il quale per una volta ha realizzato un imprevisto esempio di realismo socialista, con tanto di macchie di grasso sulle braccia poderose della sua modella e collezione di badges al posto delle medaglie sulla camicia. A destra invece il celebre poster di Howard Miller che non c’entra nulla con la storia originale di Rose Will Monroe (la vera rivettatrice) ma che è diventato l’icona del diritto delle donne al lavoro per il femminismo militante degli anni ‘70 e ‘80.
E appunto questo “We Can Do It” era l’immagine che premeva per tornarmi in mente quando mi sono imbattuto nella prima foto. Mi femo qui se no viene fuori una tesi di laurea.
Links di approfondimento poderosi:
- (1) AN EYEWITNESS HISTORY – World War II di Carl J. Schneider and Dorothy Schneider, cap. 5 Civilians at work, pag 104, reperibile per intero su Scribd e straordinario per capire qualcosa delle forze in gioco nei rapporti di lavoro.
- (2) Creating Rosie the Riveter – Libro di Di Maureen Honey sulla creazione mediatica della mitologia di Rosie (su Googlebooks)
Links più sintetici:
- La storia della vera Rose Will (Leigh) Monroe
- I numeri della mobilitazione bellica delle donne in sintesi
- Real Women Workers in World War, filmato II su Youtube a cura della Library Of Congress
Technorati Tag: america,sogno americano,foto,guerra,donne,lavoro
Come catturare qualsiasi cosa dal monitor e vivere felici.
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Chiunque tiene un blog o produce materiali didattici per il web si trova nella nella necessità di catturare immagini dal monitor . La TechSmith produce da anni il software probabilmente più usato al mondo a questo scopo. Costa solo ($39,95) in dollari svalutati, ma in pratica molti non lo acquistano lo stesso e fanno male.
Non tutti sanno però cheTechSmith però permette di utilizzare una versione completa, senza limiti o scadenze del suo ottimo prodotto purchè ci si accontenti di una versione precedente all’ultima rilasciata. Pare che sia una sofisticata strategia di marketing (gli americani lo fanno strano). Insomma si fa così:
- scaricatevi SnagIt (versione 7.2.5.0) da qui:
ftp://ftp.techsmith.com/pub/products/snagit/725/SnagIt.exe - Andate su questa pagina del sito della TechSmith
http://www.techsmith.com/snagit/ukdn.asp e chiedete il codice di sblocco che vi inveranno via mail. - Se poi volete acquistare l’utima versione (la 8.2) potrete farlo a metà prezzo.
Se non lo avate mai usato installatelo subito (questa offertà non resterà valida in eterno) e capirete perchè chi lo usa non può più farne a meno. In pratica potete catturare quasiasi cosa appaia sullo schermo: le finestre attive, intere pagine web scorrevoli, filmati, testo, le sole immagini di una pagina, ecc. Si può anche attivarlo senza uscire da FireFox. Come se non bastasse permette di fare fotoritocchi veloci, di creare gallerie di miniature cliccabili , di registare tutto quello che accade sullo schermo e trasformarlo in un filmato (screencast). Il catalogo è questo (Ho catturato l’immagine seguente con il programma stesso dal suo help interno):

Dev’essere che ho il metabolismo lento, sarà forse l’età che avanza, ma arrivo buon ultimo nel giro di commenti al Veneto Barcamp. Però magari no: è che c’è un briciolo di idea che stenta a venire fuori.

(logo by Miketrevis)
Dovevo prima leggere i riassunti e i commenti di Gigi che hanno funzionato come un interruttore biopsicoqualcosa.
Questi per esempio:
(…) Si voleva mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. Le istituzioni e il mondo esterno. I blogger professionisti con i giovani blogger del Junirocamp. E così via.
(…) Se la blogosfera si chiude in setta, la combiniamo grossa. Facciamo un altra nicchia di isolati guru e santoni….e non va bene.
Allora dico la mia: il fatto di mescolare gli interventi istituzionali, le università, le grandi aziende, i blogger sfegatati ha funzionato senza problemi. Aggiungo alla lista anche giovani e anziani, troppo occupati e troppo disoccupati. Tutti d’accordo senza alcun problema.
Dev’essere questo che mi rode un po‘, lo ammetto. Siccome i problemi ci sono e anche piuttosto grossi (sarà per la sua capacità di andare al sodo facendosi capire da tutti che Beppe Grillo suscita commenti acidini?) com’è che nessuno litiga con nessuno? Gigi sta attento al rischio “setta di santoni” io in un primo momento postbarcamp ho sentito il rischio “tarallucci e vino”
Ma poi – dopo che il mio metabolismo lento ha proseguito il suo lavoro sotterraneo – penso un’altra cosa:
- che il barcamp è un non-convegno nel senso che richiede non-partecipanti disposti a lasciare che i semi gettati germoglino con calma. Niente partecipanti che arraffano le fotocopie e se ne vanno a casa convinti di avere fatto il loro dovere di non-apprendimento. Insomma qui la conoscenza che vale è allo stato nascente, non preconfezionata, confusa com’è deve per forza essere se si vuole che chi ascolta possa metterci del suo per impadronirsene, se sa e vuole.
- È anche di tipo diverso. Io ho quasi smesso di frequentare i convegni-convegni di chi fa il mio mestiere (formazione adulti che lavorano) perché sono tutti uguali da vent’anni a oggi: luoghi comuni ripetuti all’infinito, autoesaltazione dei relatori, noia profonda.
- Qui anche uno viene per parlare del suo nuovo software (prima reazione: un’altro…. ma bastaaaa)… alla fine si sente che dietro non c’è esclusivamente un’idea commerciale, ma una certa visione del mondo e gente che ci mette un po’ di anima, oltre che di bit.
Allora la differenza che viene fuori non è tanto nella forma organizzativa (che richiede comunque parecchio lavoro) ma nel fatto che ne escono fuori frammenti di esperienza, storie, facce non zombizzate, che non arrivano fornirti idee “illuminati” ma che – nella loro mescolanza caotica – ti mettono nella condizione di illuminarti da solo….
E dico poco.
