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Variazioni sulla conoscenza – il saperi del bar
2 commenti | Filed under L'apprendimento Reti socialiI sofisticati studi etimologici ci mostrano come il linguaggio pensa per noi, obbligandoci ad utilizzare concetti e significati già pronti. Ci culliamo nell’illusione di essare padroni di un mezzo di comunicazione che sembra permetterci di dire quello che noi vogliamo, ma che invece ci usa a suo piacimento come veicoli inconsapevoli di significati “depositati” nel sapere della nostra comunità linguistica.
Ma cosa succede quando, come sta accadendo oggi, la coesione culturale di un gruppo sociale – la sua cultura – si sfarina in mille rivoli incoerenti? Succede che le parole si riducono progressivamente a suoni, al loro sostrato fisico, al significante senza significato. Per accorgersene basta frequentare qualche bar, come quello dove faccio colazione tutte le mattine. Di solito la gente chiacchera poco perchè tutti sono concentrati nel loro personale processo di lento riavvio del metabolismo basale, ma a volte si accedono discussioni rivelatrici.

Come oggi, quando è improvvisamente partito un flame sui fannulloni , stimolato degli ormai quotidiani articoli sul giornale locale su questo tema. Indignazione generale, specialmente da parte di uno che vive da vent’anni senza lavorare grazie ad una piccola rendita di famiglia (qui ci conosciamo tutti). Poi, come accade nelle improvvise tempeste estive, il vento semantico ha cambiato improvvisamente direzione per virare sul concetto di produttività.
Ascoltavo distrattamente, concentrato sul mio croissant appena sfornato. Qui li fanno freschi (caldi) ogni mattina. Niente surgelati untuosi. D’un tratto mi sono chiaramente reso conto che nessuno degli indignati avventori aveva la minima idea di quello che stava dicendo. Infatti il concetto base, evidentemente condiviso da tutti, era che per aumentare la produttività bisogna lavorare di più nel senso di fare più ore di lavoro. Chi lavora di più produce di più e chi lavora di meno produce di meno.
Qui casca l’asino (semantico) siccome la produttività è il valore aggiunto che si produce in un ora di lavoro è evidente che se aumentiamo le ore di lavoro la produttività resta uguale o diminuisce. Resta uguale perchè se la produttività si calcola su base oraria il suo valore non dipende per nulla dal numero di ore considerate. Nella realtà essa tende a diminuire se aumentiamo le ore di lavoro perchè gli esseri umani si stancano e quando sono stanchi producono di meno, anche nei lavori basati sulla conoscenza.
Sembra una riflessione banale, ma nessuno dei presenti è sato in grado di farla. Dominava impunito il sapere linguistico sedimentato per cui lavorare di più = produrre di più. E questo sapere “pensava” al posto dei parlanti e attraverso loro.
Il linguaggio ha veicolato pensieri formatisi nella società contadina, appena sfiorati dall’idea di “fare in fretta” emersa nella prima rivoluzione indistriale, quella delle grandi catene di montaggio. Usiamo parole – e quindi concetti – omai inadatti a descrivere il mondo di oggi, ma non possiamo farne a meno perchè la lingua è quella e cambia molto più lentamente del mondo. Direte: innocue chiacchere da bar, cosa ce ne importa. Ecco cosa:
- i bar, le taverne, le osterie, da sempre vere LAN o intranet delle comunità reali e locali. Esprimono il comune sentire, vi si costruiscono le opinioni condivise che si traducono poi in scelte politiche, legislazione, scelte di governo, investimenti importanti.
- I presenti erano gente istruita, quasi tutti laureati e con vari anni di esperienza in lavori non banali. Non proprio “popolo bue”.
- L’accordo di gruppo che si raggiunge con questo tipo di discussioni produce un sapere condiviso, ma del tutto illusorio. Ci si trova nell’illusione di avere discusso di “qualcosa”, ma non conoscendo il significato delle parole e dei concetti urtilizzati, l’accordo di fonda sul nulla. Pura illusione linguistica e sociale.
- Questa illusione si riproduce tale e quale anche nel discorso pubblico e politico. I decisori politici infatti si trovano intrappolati in un paradosso: se usano un linguaggio sensato non possono esere capiti; se vogliono essere capiti devono usare un linguaggio insensato, esattamente come il mio gruppo di mattinieri divoratori di croissant.
Leggo in un articolo di Luciano Gallino:
Nel quotidiano parlare di economia sembra che la produttività abbia soppiantato la flessibilità. Del lavoro, è evidente. Non c’è intervento dei dirigenti confindustriali, del governatore di Bankitalia, di esperti radiotelevisivi, di manager, di politici dei maggiori schieramenti, che non rimarchi la necessità assoluta di aumentare la produttività del lavoro. Per far salire le retribuzioni, reggere la competizione con i paesi emergenti, rilanciare il tasso di crescita del paese. Quel che nella discussione sovente non è chiaro è che cosa realmente si intenda per produttività del lavoro. Non è questione da poco. Infatti, a seconda del significato che si attribuisce a questa parola, le azioni da intraprendere in varie sedi saranno assai differenti, così come lo saranno le conseguenze per i lavoratori.
Nello stesso articolo si trova anche una delle più chiare e complete definizioni di produttività che abbia mai incontrato e una analisi puntuale di che cosa succede quando le decisioni di governo vengono prese in base al significato sbagliato. Leggerlo tutto con cura, mi raccomando…
Poi, ma solo per veri masochisti, ci sarebbe Lacan, sull’idea del linguaggio come Altro che “ci” parla. Solo per assaggiare: L’inconscio come struttura linguistica oppre, meglio, in libreria: A. Di Caccia, M. Recalcati, “Jaques Lacan” Paravia Bruno Mondatori Editori, 2000.
Convegni di primavera…

sabato 19 Aprile 2008.
Qui tutte le info e le (auto)iscrizioni http://barcamp.org/twittercamp
So per certo che:
- gran parte dei lettori di questo blog non ha la minima idea di che cos’è twittwer;
- quelli che lo sanno, non lo possono sopportare;
- quelli che lo possono sopportare non sanno che stanno saltando fuori parecchie idee su come usarlo come canale di apprendimento diffuso, reticolare, social-auto-gestito (si può dire?);
- poi ci sono quelli che twittano notte e giorno e che non sono umanamente sopportabili da tutti gli altri, ma che potranno essere osservati da vicino e forse anche toccati perchè non sono ancora riusciti a diventare completamente virtuali.
Essendo il Barcamp un…un… beh, un Barcamp, in realtà non si parlerà solo di Twitter, ma di tutto quello che i relatori vorranno. Inoltre si mangia bene. Tra l’altro il barcamp contiene un;
Teacher Day & Teacher Pride
per presentare e discuere le migliori esperienze scolastiche di uso dell’ICT nella didattica. Il “pride (orgoglio)” ci vuole perchè la scuola si attira critiche sempre maggiori da parte di tutti, ma è anche in grado di esprimere talenti e idee che non trovano modo di essere valorizzate.
Il tutto organizzato dall’infaticabile Gigi Cogo che farà un intervento su “Microblogging pubblico al servizio del cittadino” e ha avuto anche l’idea (credo unica in Europa e già sperimentata con successo lo scorso anno) di utilizzare il solito convegno istituzionale nella stessa sede come traino per il Barcamp:
Venerdì 18 aprile:
La vicinanza di un convegno tradizionale e di un barcamp permette di fare qualche confronto tra “ambienti” molto diversi che finora non hanno trovato alcun modo di contaminarsi a vicenda, ma dovrebbero invece, perchè entrambi hanno i loro difetti crattersitici: troppo formali, “pilotati”, instituzionali, autopromoizionali noiosi i primi; spesso troppo dispersivi e disorientanti i secondi.
Riflessioni e suggerimenti cercasi.
La diffusione el web portacon sé una maggiore libertà di informazione per l’ovvio motivo che chiunque ha le possibilità tecnica di pubblicare quello che vuole con la massima facilità. Non per nulla i sistemi politici più chiusi e dittatoriali fanno tutto il possibile per limitarne o impedirne la diffusione. Da anni Reporters senza frontiere mantiene aggiornata una lista di questi paesi. Secondo loro 13 nemici di Internet sono questi:

- Belarus (Bielorussia)
- Burma (Birmania)
- China
- Cuba
- Egypt
- Iran
- North Korea
- Saudi Arabia
- Syria
- Tunisia
- Turkmenistan
- Uzbekistan
- Vietnam
L’ Italia non c’è, e ci mancherebbe. Però non tutto funziona a casa nostra perchè Reporter Senza Frontiere mantiene anche una lista di paesi ordinata secondo il grado di libertà di stampa e in questa lista l’Italia figura al poco onorevole 35mo posto , subito dopo la Bosnia-Erzegovnia (34) e la Spagna (33). Ai primi posti invece troviamo Irlanda, Norvegia, Estonia, Slovacchia. Per la Spagna il motivo va ricercato nel fatto che il terrorismo ETA costringe molti giornalisti a vivere sotto scorta e comunque lo stato di minaccia permanente nel quale vivono tutti i giornalisti è un forte ostacolo per una informazione indipendente. Chiaro. Per l’Italia invece l’ostacolo principale alla libertà di stampa è…. indovinate. No, non Lui, (che pure è ampiamente citato): é la mafia.
Italy (35th) has also stopped its fall, even if journalists continue to be under threat from mafia groups that prevent them from working in complete safety.
Mafia, stampa e web
(Questa è la Mappa del pizzo prodotta da Confesercenti , si potrebbe fare di meglio con le mappe online, ma sembra che non ci abbia pensato ancora nessuno).
Come, diciamo così, interagisce, la mafia con la stampa e il web? Una breve ricerca ci restituisce risultati illuminanti. Per controllare la stampa le azioni sono di due tipi diversi.
Il metodo classico è analogo al metodo ETA e consiste nel creare un clima di minaccia fisica e intimidazione costante verso i giornalisti. E’ un metodo rozzo perché minacce, aggressioni e omicidi provocano indagini, attirano l’attenzione per molti anni e stimolano un’infinita produzione di articoli sui giornali, inchieste televisive, film di successo. Cose da evitare. In compenso crea un clima persistente di paura che produce ogni sorta di diffusa autocensura prudenziale da parte dei giornali e dei giornalisti. Usato in passato ad esempio per liberarsi Mauro De Mauro e Giuseppe (Peppino) Impastato in Sicilia il metodo classico sembra in disuso. Non così in Campania dove le varie forme di Camorra continuano a tenerlo da conto come nei casi recenti di Livio Abbate e Roberto Saviano per fortuna limitati alle sole minacce.
Il metodo moderno consiste invece nel controllare i mezzi di produzione e distribuzione delle notizie. Per esempio a Catania una sola persona – Mario Ciancio -controlla tutta la stampa locale e anche la tipografia che stampa i giornali. Succede così che un quotidiano nazionale come La repubblica che utilizza quella tipografia per la Sicilia non stampa le pagine locali per Catania. Verrebbe da fare 2+2:
Dicono infatti che alla “Repubblica” convenga, dal punto di vista economico, tenersi buono Mario Ciancio, l’editore della “Sicilia” che gli stampa il giornale a Catania e gli permette di arrivare al mattino presto in tutte le edicole del Sud. E dicono che questo sia economicamente più redditizio che raccontare a me e agli altri sudditi di Ciancio quel che succede in Sicilia. Beh, devo dire che li capisco. E siccome sono vecchio abbastanza per non prendere troppo sul serio tutto quello che si scrive sui giornali, devo aggiungere che non li biasimo nemmeno. La talpa della democrazia, come diceva Scalfari, scava un po’ dappertutto. Cambia molto se qui, tra la sciara dell’Etna, non le riesce di fare neanche un buchino? Leggi tutto…
Questa vicenda è raccontata in dettaglio da Riccardo Orioles , storica figura di editore antimafia in Sicilia (questo è il so Blog) e anche la storia del suo giornale – Casablanca – è eloquente. Casablanca ha cessato le pubblicazioni per la difficoltà nel racimolare i 2.000 euro che servono per fare un numero. Molta solidarietà verbale dalle istituzioni e dai politici, ma neppure un centesimo di contributo.
Ora c’è il progetto di tentare l’avventura di un Fee Press e si vedrà, ma Casablanca si trasferirà sul web
Che ne sarà di «Casablanca»? Si trasferirà in Internet e il sito si chiamerà U Cuntu, il racconto. È scritto nell’ultimo editoriale: «Ci arrendiamo? No, per niente. Se non possiamo andare in tipografia, andremo in Internet, troveremo altri modi per fare l’informazione che non c’è». Lo conferma lo stesso Orioles: «Non sono disperato, neanche per sogno. Faccio il giornalista da ventott’anni, ne ho viste tante. Sono siciliano, ma ho lavorato a Roma, Napoli, Bologna. Ora voglio restare a Catania, a costo di dormire alla stazione: c’è una rinascita del movimento antimafia, tra i giovani comunisti, nelle parrocchie, nella destra anche, come hanno dimostrato i manifesti contro Cuffaro». Certo, l’uomo è comprensibilmente amareggiato, ma intende reagire da vecchio giornalista. Non lo diceva in «Casablanca», ma era pur sempre Humprey Bogart a urlare nel telefono al gangster della città: «That’s the press, baby!». Forse Cosa Nostra si può sconfiggerla soltanto con un’insurrezione popolare, ma – come ha dimostrato Saviano con la camorra – qualche volta la penna può dare molto fastidio. Leggi tutto…
Può darsi, ma è certo che l’informazione via web non ha ancora trovato il modo di essere incisiva su temi come questi. Per ora il passaggio dalla carta stampata al web è vissuto dalla redazione di Casblanca come un ripego e non come una opportunità. Ma questa percezione potrebbe cambiare in fretta perchè esiste ormai un notevole fiorire di iniziative spontanee, animate da giovani che non ne possono più e stanno creando reti di contatti e collaborazioni, formente sostenute dallla comunicazione online, che si allargano progressivamente.
Una delle reti di questo tipo più attive e promettenti è Ammazzatecitutti dove si vede lo sforzo di esplorare sempre più a fondo le possibilità dell’informazione in rete come “luogo” di costruzione di una cultura sociale. Tra i blogger italiani ci sono molti superesperti di cose tecniche e di strategie di comunicazione online. Forse una cosa che possono fare per i ragazzi di Ammazzatecitutti é dare loro un aiuto su queste questioni, che non padroneggiano ancora a fondo.
P.S. nel loro forum ho scovato anche un intervento chiaramente pro-mafia e un tentativo di dialogo con l’autore. Dobbiamo aspettarci i blog dei Mammasantissima?
Mappe della rete come sistema emotivo sociale
Lascia un commento | Filed under Culture di rete Reti socialiLa metafora del web come sistema nervoso accompagna il suo sviluppo fin dalle origini, ma generalmente si è concentrata su alcune affinità formali e cogntivi della similitudine, cioè sulla natura e sulle caratteristiche del pensiero connettivo.

La somiglianza però è solo superficiale perchè il nostro sistema nervoso non funziona affatto come un computer. Quest’ultimo al massimo può essere utilizzato per simularne il funzionamento su certi aspetti specifici e a certe condizioni Su questo dovrete credemi sulla parola o fare le vostre ricerche personali perchè sarebbe troppo lungo ora documentare adeguatamente queste affermazioni che coinvolgono i complicati rapporti tra psicofisiologia, neurolgia, computer science, epistemolgia e Dio-solo-sa-che-altro.
C’è però un filone di ricerca che mi è colpevolmente sfuggito per anni e che sta dando risultati interessanti e inquietanti allo stesso tempo.
Il bio-mapping
Il bio mapping è un progetto di Christian Nold, un giovane artista e attivista culturale londinese (ci vuole un artista per pensare in questo modo) che percepisce la tecnologia come: “una impetuosa e instabile mescolanza di controllo autoritario e anarchica discordia. Il mio compito è infilarmi nella distanza tre questi due estremi e userla come un mezzo per combinare le libertà offerta dal mondo dell’arte e la capacità di agire ottenibile attraverso le rappresentazioni grafiche e la tecnologia. La mia intenzione è costruire nuovi strumenti che sono colmi di possibilità e anche di usi negativi”.
Il sistema si compone di tre parti:
- Un rilevatore della conducibilità elettrica della pelle. Questo funziona come la macchina della verità: quando siamo agitati la conducibilità varia. E’ un rilevatore di stati emotivi alterati (aruosal).
- Un normale GPS commerciale, cioè un rilevatore della posizione geografica come quelli usati dei nevigatori per auto o imbarcazioni
- Un softvare per la generazione di mappe geogrfiche personalizzabile, come Google Maps e simili.
Ne risulta un oggetto come questo:
Ora immaginate un gruppo di volontari che lo indossa e se ne va in giro per una città. A seconda delle stituazioni che vivono nel corso della loro giornata il loro stato emotivo varia e viene registrato. I dati vengono trasmessi al software di mapping il quale genera una bio-mappa della città. Come questa:
Quella grande piramide al centro evidenzia lo stress causato da un incrocio bloccato del traffico nel centro di una città. Più i picchi sono alti, più alta è l’attivazione emotiva. Altre mappe recenti qui.
Ci sono anche sistemi diversi per tracciare mappe emozionali
Si può partire dalle fotografie che i turisti scattano durante i loro viaggi in base all’ipotesi che si fanno foto quando si vede qualcosa di interessante o emozionante. Si possono raccogliere le foto e ricostuire le mappe degli interessi turistici. Questo è possibile perchè Flickr è diventato forse il più grande database mondiale, autogestito, pubblico e gratuito, delle fotografie scattate dai tutisti.
Le due mappe seguenti mostrano le differenze tra il turisti americani (a sinistra) e quelli italiani (a destra) nell’Italia centrale (cliccate sulla figura per i dettagli).
Questo è un lavoro svolto da Fabien Girardin, giovane dottorando all’università Pompeu Fabra di Barcellona. Un elenco aggiornato dei maggiori progetti di mapping territoriale innovativo si trova in fondo alla pagina linkata.
E’ evidente che mappare gli stati emotivi di una popolazione può avere implicazioni inquietanti sul piano del controllo sociale (si pensi all’uso che ne farebbe il governo birmano), ma anche apre prospettive impensate per migliorare la qualità della vita. Per esempio varie forme di bio-mapping potrebbero essere sviluppate per capire qualcosa di più sullo stress e sulla sicurezza sul lavoro, ma anche su quei “flussi di vita” che potrebbero restituire un senso biografico alle fredde mappature statistico-geografiche forse troppo amate dalla ricerca sociologica.
Non è un caso che si sia fatto avanti un artista per esplorare queste connessioni. Lo sguardo estetico è forse oggi l’unica prospettiva che può vivere a partto coltivare la propria libertà e spesso ci riesce.





