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Browsing the topic I Knowledge workers

Finalmente ho trovato l’esempio dei miei sogni che spiega la differenza tra informazioni e conoscenza. Differenza che nessun adulto normale sembra in grado di capire nonostate la dovizia di spiegazioni disponibili ovunque e gli sforzi di miloni di formatori che però non la capiscono neppure loro.

  • la bilancia normale indica: “pesi n. chili” – questa è informazione
  • la bilancia-consolle giocosa intelligente multimediale e parlante Wii-Fit prodotta da Nintendo dice: “sei grassa“. La bambina decenne che ci giocava scoppia in lacrime e si prenota per una terribile adolescenza da anoressica. Nintendo si scusa sui giornali di tutto il mondo. Questa è conoscenza.

Tanto vi basti.

(grazie per lo spunto a Chips & Salsa di questa settimana). Per saperne di piu:
Nintendo Apologizes for Wii Fit Calling Little Girl ‘Fat’ (WII)

knowlwedgeHo ripescato per caso nelle viscere dei miei hard-disk un appunto contenente una accurata analisi etimologica del significato della parola conoscenza e di come questo si è profondamente trasformato nel tempo. L’autore è Francesco Varanini che lo ha redatto molti anni fa (1999) e che sono riuscito a rintracciare con qualche difficoltà sul web in pagine dimenticate non più aggiornate da tempo (si può dire polverose in rete?).

Il contenuto è impegnatrivo e poco usuale oggi. Chi mai, frenetico, si fermerebbe a leggere con felice attenzione cose come queste, che richiedono mancanza di obiettivi e sovrana inefficienza? Ma sono cose che non invecchiano e ne cito ampi stalci come premessa ad altri post a venire e anche perchè chi si occupa di formazione dovrebbe conoscerle invece non le conosce affatto. Dunque pubblico, divulgo, svelo la farina del sacco altrui; anche a questo servono blog:

La radice indoeuropea gn-/gen-/gne-/gno- parla di ‘accorgersi’, ‘apprendere con l’intelletto’, ‘sapere qualche cosa’, e quindi: ‘conoscere’. Da qui il sanscrito janati, ‘conosce’. In greco gignoskein, ‘conoscere’, gnome, ‘giudizio’, gnorizo, ‘fare’, ‘conoscere’, gnosis, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (dove co- sta per ‘con’, e -sco sa per ‘cominciare a’); gnarus, ‘che conosce’; ignarus, ‘che non conosce’; notum ‘conosciuto’; nobilis, ancora ‘noto’, ‘conosciuto’; notio, notitia, ‘conoscenza’. Nell’antico alto-tedesco dalla radice discendono solo verbi composti – -cnaen, cnahen –, ma è per questa via che arriviamo al tedesco moderno können, ‘sapere’, ‘potere’; e kennen, ‘conoscere’. Nell’antico inglese abbiamo il verbo gecnawan, poi cnawan, da cui know, ma anche l’ausiliario can, ‘sapere’, ‘potere’.
A knowledge, ‘act, state or fact of knowing’, si arriva (nel 1200) aggiungendo a cnawan -leacan, che ci parla dell’idea di ‘processo’, ‘procedimento’, ‘messa in pratica’. C’è quindi, come già nel latino cognosco (‘comincio ad accorgermi’), un richiamo dell’aspetto dinamico, costruttivo: la conoscenza, infatti, non esiste a priori, può essere solo colta nel suo farsi. Ma qui il richiamo è molto più forte: c’è, pienamente sviluppato, il senso del divenire, dell’accumulazione. E c’è anche a ben guardare l’idea del ‘sapere distintivo’, destinato a restare ‘riservato’, ed anzi in qualche misura ‘segreto’. Non a caso nel 1200 knowledge stava anche per ‘confessione’: il knowledge è conoscenza che si ammette, si confessa di possedere. Non è mai conoscenza che si ‘divulga’. Divulgare: ‘rendere noto a tutti’; alla lettera: ‘spandere tra la folla’ ci appare, non a caso, un gesto del tutto contrario al quello della ‘confessione’. (L’idea del ‘riconoscimento’ e dell’ammissione’, persa da knowledge dopo il 1200, si ritrova nel 1400 in acknowledge). Un curioso aggancio sta, tornando al latino, nella gloria, parola dall’origine incerta, ma che qualcuno fa risalire alla indoeuropea gn-/gen . La gloria sarebbe dunque, in origine, l’onorevole situazione di ‘colui che può vantarsi di sapere’. Cosicché noi potremmo dire ora: la gloria contraddistingue chi possiede il knowledge.

Ad un certo punto si produce un importante salto logico e culturale. Con lo sviluppo della del pensiero tecnico-scientifico e della socità industriale la conscenza “esce” dalle persone e viene incorporata in macchine e procedure. Il linguaggio registra puntualmente questa discontinuità.

Per arrivare al know-how dobbiamo lasciare passare vari secoli. Dobbiamo arrivare alla prima metà del 1800, quando si afferma la tecnologia: arti e mestieri si evolvono, perché trovano ora sostegno e fondamento in applicazioni pratiche delle scienze. Dove prima le conoscenze si trasferivano da artigiano ad apprendista, di fronte alla maggiore complessità si manifesta l’esigenza di conservare le informazioni relative al ‘come fare’. Stando all’Oxford Dictionary se ne parla per la prima volta sul New Yorker del 14 luglio 1838: “To do the duties of the office to the best of my know-how, and have a stouter man than myself to help me”.
Dunque, potrebbe sembrare, knowledge e know-how ci parlano di ‘conoscenza scientifica’, codificata, proceduralizzata, descritta da rigorosi modelli, conservata in data bases. Ma non è così. Almeno, non è solo così. Dalla stessa radice indoeuropea deriva (attraverso gnarus, ‘esperto’) anche (g)narrare. Il modo migliore per perpetuare un ‘sapere distintivo’, per trasmettere il knowledge è forse il racconto, una pura narrazione.

Secondo avvicinamento: la narrazione.
Il percorso è già implicito nella chiusura del paragrafo precedente. Si può dire, con apparente paradosso, che di fronte ad oggetti difficilmente conoscibili, rispetto ai quali si è per definizione ignari, il modo meno inefficace di descriverli è raccontarli. Pensiamo proprio al racconto, innanzitutto orale, la modalità attraverso la quale da che mondo è mondo l’uomo ha saputo ‘darsi ragione’ e ‘comunicare agli altri’ sia i concetti più complessi, sia la modalità di funzionamento delle organizzazioni. La modalità conoscitiva tipica della ricerca antropologica non è nient’altro che questo: ascoltare un racconto orale, inquadrarlo nel suo contesto, tentare si costruirne una sintesi comprensibile e fruibile per chi vive al di fuori della ‘cupola culturale’ all’interno della quale quel sapere, quella visione del mondo si è generata.

Tra le tante riflessioni che questi spunti mi stimolano ne spicca una: queste “cupole culturali” sembrano dissolte nell’epoca della rete perchè si riferiscono a contesti sociali chiusi e omogenei all’interno dei quali le persone condividono un linguaggio e un universo di significati comuni, ben noti che permettono un livello di comprensione interna molto elevato. Insomma nei gruppi sociali molto coesi nei quali la gente, quando parla, sa di cosa sta parlando e si capisce.

Oggi non più.
L’ormai onnipresente bisogno di sicurezza si nutre di questa dissoluzione e mette su pancia.

Da anni ormai è in moto una gigantesca macchina retrorica che lavora attorno al concetto di società della conoscenza e del knowledge worker. Molti proclami, ma poche informazioni affidabili e scarse argomentazioni.
A leggere quello che si trova facilmente in rete sembra quasi che non esistano altri tipi di lavoro, ma le cose non stanno così:

  1. abbiamo visto che le statistiche sul lavoro non li registano affatto in quanto tali perchè non esitono contratti di lavoro specifici per “lavoratori delle conoscenza” e che i lavori oggi più richiesti sono di tutt’altro genere. Le decisoni politiche che influenzano il mercato del lavoro vengono prese (in parte) sulla base di queste statistiche e quindi stentano a tenerne conto in termini realistici.
  2. Esiste una confusione terribile tra valore etico e valore economico del lavoro. Il primo si riferisce al fatto che chi è un gran lavoratore è anche una persona stimabile e gli altri no. Questo significa che per essere “brave persone” e quindi anche auto-stimarsi bisogna accettare lavori sottopagati senza fiatare. Questa idea è stata incorporata in larghi strati della società e porta a “scelte” professionali decisamente autolesioniste sul piano economico.
  3. Il metodo più adottato per calcolare il valore del lavoro fa riferimento alle ore di “presenza” sul luogo di lavoro. Questo è un sistema semplice a pratico, ma non ci dice nulla sul valore economico del lavoro e meno che mai sui lavori “knowledge” per i quali non si presta affatto.
  4. Non esiste, del resto, un metodo specifico, alternativo e largamente accettato per calcolare il valore economico dei lavori ad alta intensità di conscenza.
  5. Come se non bastasse il valore economico di qualsiasi lavoro dipende oggi soprattutto dal grado di concorrenza al quale è esposto sul mercato del lavoro, più che dalle sue caratterstiche interne. Se avete due lauree, quattro master e parlate cinque lingue, ma siete sostituibili nel giro di una settimana perchè sono disponibili molti altri come voi il vostro lavoro, dal punto di vista economico, vale zero. Una conseguenza di questo è che per i knowledge workers, a parità di altre condizioni, è conveniente che la scuola sia molto elitaria.

Uno degli effetti più disastrosi della retorica dei knowledge workers consiste nel produrre un sistema di orientamento che spinge eserciti di giovani a spendere (non dico “investire”) molto tempo, soldi ed energie fisiche ed emotive nel tentativo di imboccare strade professionali che in realtà hanno scarsi sbocchi. Un solo esempio per tutti di questo stato di cose si trova in un articolo del Corriere che Matteo (grazie) mi ha segnalto stamattina:

Avrebbe dovuto essere il nuovo canale di reclutamento per gli insegnanti, capace di far superare una volta per tutte la vecchia logica dei concorsoni. E invece la Ssis, impronunciabile acronimo che indica la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, non è stata all’altezza delle aspettative. Di chi siano le colpe è difficile da stabilire. Ma i numeri non lasciano spazio a dubbi. Secondo un’elaborazione della Associazione nazionale presidi (Anp), basata su fonti ministeriali, nell’anno scolastico 2005-2006 meno di tre docenti su cento usciti da questi istituti poi finiscono effettivamente in cattedra. Su 34.777 docenti immessi in ruolo, in particolare, solo 985 provenivano dalla Scuola di specializzazione. Si tratta di un esiguo 2,83% di un pattuglione che dal 1999 a oggi conta ben 90mila aspiranti disoccupati, che si aggiungono al carrozzone dei precari storici. (leggi tutto)

Ora mi scontro con il limite principale dei Blog che non si prestano ad affrontare temi di questa complessità e infatti non li affronta nessuno perchè – anche ammesso di avere qualcosa da dire – bisognerebbe scrivere una specie di lungo romanzo d’appendice pubblicando “pensierini” a puntate.

Solo un’ultimo spunto prima di smetterla. Forse un modo ragionevole per ricominciare a pensare ai knowlege workers dovrebbe partire dal concetto di “lavoro decente” per poi verificare se e quanti lavori di questo tipo vi possono condurre e per quali vie. Il concetto di decent work è stato proposto formalmente dall’ ILO (International Labour Office) nel 1999 come concetto di riferimento generale per valutare le condizioni di lavoro nel mondo.

Due link per chi vuole approfondire:

Facciamo un esperimento su noi stessi, come madame Curie: proviamo a capire se veramente queste banche dati sulle professioni sono utilizzabili per progettare un corso di formazione reale e quindi se le informazioni possono essere trasformate in conoscenza (= informazioni utilizzate per fare qualcosa di sensato). Preciso che negli ultimi vent’anni e passa non mai incontrato un solo progettista di formazione o struttura formativa che prenda sul serio le banche dati.

Quando si fa un progetto per un bando di gara per la formazione professionale )(post-scuola) bisogna inserire in premessa qualche tabella che dimostri una profonda conoscenza del contesto socio-economico e dei bisogni formativi che esprime. Più o meno tutte le agenzie di formazione inseriscono queste tablelle nei loro progetti, o almeno qualche cifra, ma per tacito consenso hanno più che altro una funzione estetico-decorativa, ce le mettiamo per billizza come direbbe Camillieri.

Procediamo con l’esperimento

Quello che si fa di solito è partire da un’idea iniziale che si forma in base ad esperienze precedenti e dalla conoscenza informale dell’ambiente locale e poi (eventualmente) si cercano informazioni statistiche a sostegno di questa idea. Questo è esattamente il contrario di quello che ci suggriscono i manuali di progettazione formativa, ma ci sono ottimi motivi per fare così.

CasafotovoltaicaSupponiamo allaora di voler fare un corso per tecnici specializzati nell’installazione di impianti di energie rinnovabili. L’argomento “energie rinnovabili” è di moda, le imprese artigiane di installatori sono interessate, ma prudenti. Gli esperti veri sono pochi, la domanda del mercato ancora scarsa, ma potrebbe essere interessante nel futuro prossimo.

Nella tabella delle professioni più richieste di Excelsior troviamo gli installatori di appraecchiature elettromeccaniche ed elettriche alla 26ma posizione con 9.060 richieste di assunzione classificate come ad elevata specializzazione. Supponiamo che la nicchia professionale per le energie rinnovabili si naconda al loro interno. Se guardiamo alla definizione di knowledge workers data da Drucker si scopre subito che questo tipo di installatori soddisfano quasi tutti i criteri necessari, specialmente se li intendiamo come progettisti di impianti.

Proviamo a usare la tabella:

  1. installatori elettrici ecc. richiesti: 9,060 su base nazionale;
  2. ci sono 107 provincie in italia
  3. dunque ci sono 85 potenziali assunzioni per provincia
  4. però, sempre dalle tabelle Excelsior, ricaviamo che al nord le assunzioni previste sono maggiori che al sud, anche se non di molto. Stimiamo 100 assunzioni per provincia
  5. Sempre da Excelsior apprendiamo che di questi nuovi assunti solo un terzo circa ha bisogno di fomazione. Siamo a 33 potenziali allievi per provincia.
  6. ma si tratta di installatori di ogni genere e probabilmente non più del 20% saranno interessati alla specilizzazione in impianti per energie alternative. Diciamo che ci sono al massimo 6-7 allievi potenziali per provincia.
  7. Non è detto però che questi allievi potenziali siano facilmente rintracciabili (anzi) e che siano disponibili nel momento in cui si decide di avviare il corso. Dunque siano a 2-3 allievi per provincia
  8. Dunque per mettere assieme faticosamente 10 allievi bisognerebbe “pescarli” in almeno in tre provincie diverse e contigue.

Ora dovrebbe essere chiaro perchè nessuno prende sul serio le banche dati sui bisogni formativi.

In pratica invece solo nel Veneto nel prossimo anno si faranno probabilmente 20-30 corsi per figure di questo tipo di 600-800 ore ciascuno, compresi gli stages aziendali, per circa 250-300 allievi complessivi. Cifra ragionevole in una regione che ha 4.800.000 abitanti e un numero elevatissimo di piccole imprese. Probabilmente questi corsi avranno anche un buon successo perchè la richiesta di artigiani e tecnici intermedi è sempre alta e da anni sono figure di difficile reperimento.

Tutti i progetti saranno adeguatamente abbelliti dalle tabelle ISTAT-Excelsior-ISCO, o latre, ma senza l’analisi dettagliata della domanda oggetto di questo incauto esperimento.

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