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Perché la formazione migliore è quella che non serve a nulla
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Mi è capitato oggi di leggere un estratto di un discorso di Alberto Asor Rosa nel quale difende con forza l’inutilità della cultura e specialmente dell’arte. L’artistico – dice – è il massimo punto di resistenza rispetto al degrado e all’appiattimento delle civiltà. Dove c’è arte e letteratura le civiltà resistono più efficacemente.
Concordo e penso anche a tutte le volte che i nostri figli (o allievi) chi chiedono: ma a cosa serve questo? Di solito riferendosi a qualcosa di storico, letterario o artistico in genere. Non tutti sappiamo rispondere come si deve a questa domanda (non banale in effetti) e quindi provo a dare una dritta a chi si trova a corto di argomentazioni:
L’artistico (e il culturale) non serve e va benissimo così. Non si dovrebbe chiedere a chi o a che cosa servono l’arte e la cultura, ma chi servono. Se ci si pensa, il verbo “servire” ha una curiosa ambiguità nella nostra lingua perché significa anche essere servitori di qualcuno. Dunque il senso fondamentale dell’essere colti e di sviluppare il pensiero estetico coincide precisamente nella capacità di non porsi come servitori di qualcuno.
L’utilità di queste cose consiste precisamente nel non servire.
L’orinatoio come attrezzo per pensare, cosa che gli operai sembrano capire benissimo, e i ministri della cultura invece no.
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Nel 1917 Marcel Duchamp espone a New York un orinatoio rovesciato e lo intitola "fontana". Per molti si tratta della data di inizio di tutta l’arte contemporanea.
L’idea di base è abbastanza semplice: si prende un oggetto qualsiasi appartenemte al mondo del quotidiano (arte del ready-made, del già-pronto) e lo si trasferisce in un contesto che non è quello originale cambiando così di colpo il suo significato e rendendolo "incomprensibile".
Dopo Duchamp il valore del lavoro dell’artista non consiste più nel "fare" l’opera, ma nell’operazione di ri-contestualizzazione degli oggetti che ne annulla i significati sedimentati e stimola il pubblico a ragionarci sopra per costruirne di nuovi. Di fatto, assieme al significato originale dell’oggetto scompare anche il ruolo passivo dello spettatore che diviene "interpretante" e artista a sua volta. Sempre che ci riesca. Quando non ci riesce salta fuori l’esclamazione che ci siamo abituati a sentire in continuazione dal 1917 a oggi: "Ma questa non è arte! Sono capace anch’io!".
Questo rifiuto/incomprensione è abbastanza ovvio in un pubblico generico che è stato abituato a considerare arte solamente la Gioconda o comunque cose facilmente riconoscibili e incorniciate adeguatamente. Ricordo il commento di un visitatore, simpatico e ruspante, in una mostra di un mio amico pittore in friuli: "Per me un quadro è arte quando si capisce che cosa c’è dentro e dentro deve anche esserci qualcosa che si può mangiare". Immagino che fosse un accanito collezionista di nature morte iperrealiste con vasi di frutta.
Si può esprimere questo disagio (a volte angoscia vera e propria) di fronte all’idea di mettere in moto le proprie capacità di comprensione in molti modi, dalle amabili prese per il culo di Aldo, Giovanni e Giacomo (vei l’episodio della visita alla mostra d’arte in anplagghed parte 1 e anplagghed parte 2 ) fino alle più sofisticate riflessioni di un esperto e anziano storico dell’arte, ex ministro dei beni culturali e direttore di importanti musei. Scrive qui Antonio Paolucci (corsivo mio):
"… Forse le forme dell’arte contemporanea sono destinate a vivere quanto la contemporaneità. Forse sono contemporanee perché non diventeranno mai antiche. Personalmente penso che la Babele dei linguaggi, il caos e la contaminazione degli alfabeti espressivi, rappresentino, oggi, un momento di passaggio. Il grande disordine attuale è destinato a creare le necessarie premesse per la nascita di un linguaggio nuovo, finalmente unificato."
In queste frasi la nostalgia per i bei tempi andati è davvero struggente: tutto un tempo era chiaro e ci sentivamo a nostro agio. Speriamo che il mondo la smetta di cambiare e tutto si fermi se no mi gira la testa…
In compenso c’è una comprensione immediata del potere si stimolo di questo lavoro di ri-contestualizzazione in ambienti che con l’arte contemporanea sembrano non aver nulla a che vedere. Per esempio ieri gli operai del distretto dei sanitari di Civita Castellana hanno letteralmente messo in scena la loro preoccupazione per la gravissima crisi che sta distruggendo il loro lavoro in questo modo:
(immagine tratta da: http://www.ontuscia.it. Link al servizio fotografico completo: http://www.ontuscia.it/notiziaEng.asp?id=6705 )
E’ probabile che la maggior parte degli operai e tecnici della Tuscia non abbia mai sentito parlare di Duchamp e non siano particolarmente attratti dall’arte contemporanea, però sembrano averne una comprensione immediata e istintiva. Non è affatto stano perché dopotutto sua caratteristica distintiva e di essere "contemporanea" e quindi, visto che tutti noi siamo senza il minimo dubbio contemporanei di noi stessi, non si vede perché non dovremmo essere in grado di capirla e praticarla. Se non la capiamo affatto potrebbe darsi il caso che si tratti di cattiva arte (ce n’è molta) e non del fatto che noi siamo stupidi.
Basta trasferire i bidet di Civita all’interno di una sala della Biennale di Venezia e il gioco sembra completarsi. In realtà non è proprio così perché ci ha già pensato Duchamp novant’anni fa e il valore, anche economico, di queste azioni consiste molto nel nel saperle fare al momento giusto e per la prima volta. Non a caso i sanitari di Civita non si vendono, ma la "fontana" originale vale oggi circa 3.5 milioni di dollari e in un’asta pubblica potrebbe spuntarne anche il doppio. Però, con tutti i distinguo del caso, l’impatto di queste azioni-rappresentazioni nell’immaginario collettivo è forte e per questo è da tempo praticato nel mondo delle azioni di protesta, disobbedienza civile e sensibilizzazione politica.
Se non ne siete convinti vi invito a fare un esperimento su voi stessi. Per prima cosa osservate con cura l’immagine qui sotto:
Ora rispondete a questa domanda: cambia qualcosa nel vostro modo si percepire (e concepire) un petto di pollo confezionato? Se la risposta è si siete tra coloro che non dovrebbero avere alcuna speciale difficoltà nella comprensione dell’arte contemporanea. Non si tratta infatti di capire quello che l’autore vuole dire, o di giudicare bella o brutta la sua opera, ma di lasciare cheil suo lavoro funzioni come stimolo per la nostra capacità di sentire e pensare e – per questa via – produca un cambiamento nella nostra percezione del mondo.
Links
- Da leggere per forza (anche in spiaggia perché è molto piacevole): Francesco Bonami, 2007, "Lo potevo fare anch’io", Mondadori.
- Le performance animaliste sono quelle regolarmente realizzate dal PETA (People for the Ethical Treatment of Animals). La foto viene da qui.
