Yoram Kalman è uno studente dell’università di Haifa che sta facendo la sua tesi di dottorato su un tema particolare: il silenzio online. Quando tutti occupano del sovraccarico di rumore e chiacchere che imperversa in rete salta fuori Yoram che si occupa invece del silenzio.Bello.

C’è da chiedersi come faccia uno che vive in Israele, con tutti i problemi che ci sono in quel paese, a maturare un interesse per un tema del genere. Si vede che vivere in un stato di guerra permanente non basta a spegnere ogni interesse per questioni non immediatamente utilitarie. Non lo vedo come un fuga dalla realtà, ma come un segno di voglia di vivere meglio.

Yoram ha pensato bene di usare il web per sviluppare il suo lavoro, ma non lo ha fatto – come fanno gli studenti asini – gettandosi sul solito lavoro di copia-e-incolla selvaggio nella speranza di non essere scoperti. Si è invece rivolto alla mailing list dell IDC, l’Istituto per la Creatività Distribuita. L’istituto è stato fondato nel 2004 da Trebor Scholz, un media artist, come si definisce lui stesso, con lo scopo di esplorare le possibilità del lavoro collaborativo nel campo della teoria, dell’arte e dell’educazione nei media.

Dal momento che seguo questa lista da diverso tempo posso riassumere questo episodio come esempio di quello che succede di solito quando le rete viene usata in modo appropriato da un discente forte.

La domanda

Riassumo brevemente alcune domande poste da Yoram: che cosa succede quando inviate una mail e non ricevete risposta? Potrebbe essere che il crescente sovraccarico di lavoro in rete al quale siamo sottoposti stia causando un problema sistemico, cioè una crescente e strutturale mancanza di tempo per gestire le nostre relazioni e pensieri in rete?

Alcune risposte

La domanda di Yoram riceve una serie di risposte quasi immediate che si concentrano su alcuni aspetti del problema:

  • un aspetto etico : non rispondere significa negare l’esistenza della persona che vi ha scritto. Fare come se non esistesse non sarebbe etico. Viene proposto un escamotage: se le mail sono troppe o non avete tempo usate un risponditore automatico.
  • Un aspetto di nevrosi . Come esistono gli alcolizzati di lavoro esiste anche una email boulimy, la bulimia da email che ci spinge a consultare freneticamente la posta ogni pochi secondi e a impegnarci a comunicare continuamente “con tutti”. Si suggerisce un software in grado di classificare i nostri contatti in base alla loro rapidità nelle risposte alle nostra mail. Pare che la Francia rimborsi le spese per lo psicoanalista per questo tipo di nevrosi.
  • Suddividere gli ambiti di comunicazione attivando più indirizzi email è possibile favorirne alcuni e lasciare in secondo piano gli altri. Si tratta di una strategia per limitare la propria accessibilità sociale e professionale.
  • Compensare la colpa. Quando rispondiamo in ritardo scriviamo messaggi lunghi ed elaborati tentando di mitigare in questo modo in nostro senso di colpa.
  • Interpretare il silenzio. Il silenzio può significare disinteresse, ma anche riflessione attenta.
  • Differenza tra silenzio e coinvolgimento passivo. In moltissime esperienze di comunità di pratica, reti professionali, corsi, forum ecc. la maggior parte dei partecipanti segue magari con interesse la discussione, ma non partecipa attivamente. Non è silenzio e basta: è una forma di partecipazione che indica un basso livello di “immersione” nel problema o nelle modalità di rete con le quali viene affrontato, ma comporta comunque ascolto e attenzione.
  • Limiti alla disponibilità sociale e professionale . I mezzi di comunicazione sono attivi 24 ore su 24, ma le persone no. Scrive xx: “Il mio grande giorno dell’email è il lunedì mattina. Durante il fine settimana non uso mai la posta perchè altrimenti il lavoro occupa ogni spazio della mia esistenza.” Le persone hanno diritto a non essere sempre disponibili.
  • La spirale del silenzio. Un post fa arrabbiare un lettore che sarebbe tentato di rispondere in modo aggressivo. Non lo fa per non “guastare” il clima del gruppo. La discussione quindi non si avvia perchè il tema trattato stimola l’aggressività. Ma in questo modo non è possibile affrontare il tema posto, che spesso è rilevante. La discussione si concentra su temi secondari, ma socialmente innocui.

Chi fosse interessato a leggere il dibattito originale può farlo iscrivendosi alla Mailing List e consultando i messaggi dal vol.34 issue 34 a vol.35 issue 2 dell’agosto 2007.

Qualche (meta)riflessione

L’idea di utilizzare la rete per sostenere un lavoro di ricerca di alto livello affonda le sue radici nella storia di Internet, ma per funzionare ha bisogno che siano attive mailing li st di un certo livello qualitativo, non di pura chiacchera sociale.

Non occorre il web 2.0 per questo. Una “banale” ML va più che bene.

Difficile trovare ML di questo tipo in Italia (informatici a parte), ma ci sono molti italiani nella lista utilizzata da Yoram. Persino i tentativi fatti dall’Associazione Italiana Fomatori (AIF) e dalla Società Italiana E-Learning (SIE_L) sono finora falliti. Difficile pensare che sia un problema di conoscenze tecniche, piuttosto di cultura intesa come forma mentis e di contesti di lavoro che non premiano (anzi) i knowledge workers.

I contributi forniti a Yoram sono abbastanza interessanti, ma in fondo superficiali. Prevale un approccio tecnico-informatico (gli strumenti per organizzare le mail, bloccare lo spam, ecc.) ma la comunicazione è una cosa che avviene tra persone e quindi l’approccio più adeguato dovrebbe essere di tipo psicosociale e socioeconomico. Evidentemente nella lista non sono presenti sufficenti competenze in questi campi o non sono abbastanza motivati per intervenire. C’è anche un silenzio degli esperti .

Il tema più rilevante e difficile posto da Yoram (si sta creando una crescente e strutturale mancanza di tempo per gestire le nostre relazioni in rete? ) è stato sostanzialmente ignorato.

In un gruppo di lavoro online i risultati raggiungibili, in termini di capacità di elaborare conoscenze non banali, sembra strettamente legato alla “qualità” dei partecipanti, non tanto al fatto di lavorare in modo collaborativo in rete come cosa in sè . Se prendete un gruppo di ragazzini e sperate che riscoprano da soli il teorema di Pitagora dovrete probabilmente aspettare mille anni, se mai ci riusciranno.

Resta il fatto che la ricerca di una Agorà in rete che possa dialogare con noi quando tentiamo di affrontare un problema impegnativo sta (lentamente) diventando parte del nostro modo abituale di pensare. In altre parole stiamo interiorizzando l’idea di far parte di una mente collettiva o – detto in modo più radicale – che la mente sia in sè stessa un fatto collettivo.

Anche contributi abbastanza scontati sono comunque molto utili come esempi di senso comune che possono essere assunti come punto di partenza per ulteriori ipotesi e riflessioni. Come queste che state leggendo. Il senso è un costruzione di chi pone la domanda più che di coloro che forniscono risposte.