Come il New York Times insegna l’inglese agli inglesi (e anche a noi)
Se al mondo c’è un giornale che integra in modo organico le possibilità offerte dal web nel lavoro editoriale quello è il New York Times. Non si tratta di aggiungere qualche illustrazione o filmato agli articoli pubblicati in rete per attirare l’attenzione dei lettori che poi forse potrebbero anche essere tentati di leggere gli articoli. Si tratta di fondere o ibridare la scrittura giornalistica con i mezzi espressivi propri della rete in modo da ottenere qualcosa di interamente nuovo.
Un esempio spettacolare di questa ibridazione è il glossario totale presente in tutti gli articoli pubblicati in rete. In pratica basta selezionare una parola qualsiasi dell’articolo per poter accedere a un dizionario completo di thesaurus:
L’esempio è tratto da questo articolo.
C’è una sorta di rispetto profondo per i lettori nell’idea del glossario totale. Non è l’autore dell’articolo che decide al posto nostro e in modo arbitrario le glosse (le parole dal significato oscuro) da linkare al dizionario, ci viene invece messo a disposizione uno ambiente linguistico che possiamo utilizzare in modo del tutto autonomo a seconda delle nostre necessità e curiosità.
Questo è molto diverso rispetto a strumenti più consueti come il pur utilissimo Babylon perché si ha netta percezione di che cosa significa avere a disposizione una vera e propria estensione cognitiva cioè un potenziamento o allargamento delle nostre capacità mentali: l’immediatezza è estrema, non si deve installare nulla, si usa subito senza doverci pensare. L’idea stessa di dover “fare un corso di inglese” per poter poi (forse) leggere l’articolo sembra di colpo del tutto incongrua di fronte alla possibilità di avere supporto diffuso permanente “contestuale” all’apprendimento. Se il dizionario fosse anche inglese-italiano oltre che inglese-inglese per noi sarebbe il massimo, ma prima o poi ci si arriva.
Nuovi allievi
Questo è un ambiente, non uno strumento linguistico. Ci si ritrova come i bambini che “assorbono” la lingua dei genitori grazie al fatto di trovarsi immersi nell’ambiente familiare e i bambini imparano la lingua senza studiare la grammatica e senza consultare il vocabolario. Per sfruttare questo genere di ambiente però sembra necessario che gli allievi imparino ad esplorarlo per conto loro e che gli eventuali insegnanti smettano di fare gli insegnanti. Chiarisco:
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un insegnante normale potrebbe usare l’articolo citato come materiale per un compito del tipo: traducilo; venerdì verifica scritta.
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Un non-insegnante invece direbbe: esplora questa cosa e fammi vedere che sei capace di imparare qualcosa. Dal che consegue che ciascun allievo imparerebbe cose diverse e tanti saluti al programma.
Voglio dire che per sfruttare queste cose bisognerebbe disfare quello che intendiamo di solito per “insegnante -allievo” e ripartire da zero, magari provando con “guida-esploratore” o qualcosa del genere.
Faccio da cavia
Leggendo l’articolo (che non è in basic english, anzi), usando il glossario pervasivo del NYT e Google io ho imparato varie cose, ma specialmente queste due qui:
il titolo è un gioco di parole tra oath (giuramento) e oaf (goffo, balordo, imbranato) basato sul fatto che la pronuncia è molto simile. L’ oath of office è il giuramento formale pronunciato da Obama il giorno del suo insediamento come presidente. Cosa ci combina il buon Obama per l’occasione? S‘impappina sul più bello e dunque fa una figura dell’ oaf. Ma non è tutto. Pare che oath non significhi solo giuramento; significa anche imprecazione, bestemmia, maledizione (è un sinonimo di swear). Ci sarà qualcosa che accomuna i giuramenti con le maledizioni visto che entrambi utilizzano lo stesso vocabolo per essere espresse? E cosa? Si sente all’opera una sapienza popolare sedimentata nella lingua che farebbe la felicità di Luigi Meneghello.
Sempre dal dizionario NYT apprendo infatti che la forza dell’ oath si basa sull’invocazione di una divinità chiamata a realizzare le promesse di colui che giura. Questa forza divina può essere benefica o malefica e in questo secondo caso il giuramento si trasforma in maledizione. Diffidare dunque e fare molta attenzione a quel che si dice! (oath = an irreverent or blasphemous use of the name of God or something held sacred).
La seconda interessante cosa che ho imparato riguarda l’uso dei verbi divisi (split verbs). Se in italiano diciamo ti amerò in inglese si dice I will love you che sono due parole per un verbo unico. Il problema nasce quando volgliamo aggiungere un avverbio. Supponiamo che durante un viaggio negli USA vi immamoriate perdutamente e decidiate di dichiararle il vostro eterno (always) amore alla fortunata o al fortunato prima di partire. Ci sono tre possibilità
1) “I always will love you”
2) “I will love you always”
che sono correttissimi dal punto di vista grammaticale (mai interrompere gli split verbs!) ma vi faranno apparire pedanti e poco appetibili. Oppure:
3 “I will always love you”
che invece suona più musicale e dal momento che la lieve scorrettezza formale apparirà giustificata della passione che vi travolge, vi permetterà raggiungere più facilmente il vostro (anche turpe) scopo.
