Le tendenze poliziesche nell’e-learning
Ormai non si può più ignorare le cosa: altro che condivisone, creatività, socialità e costruttivismo. Romantiche scempiaggini. Pare invece che molti entusiasti e-teacher, messi alle strette da allievi che sono affatto attivi, partecipativi, creativi, entusiasti, stiano allegramente trasformandosi in e-bulldog.
Lo stimolo iniziale mi è stato dato da alcune domande che sono state poste nel forum di supporto di Moodle in lingua italiana, cose così: .. come faccio ad obbligare gli utenti a svolgere un’attività… come obbligare lo studente a seguire un avanzamento sequenziale… qualcuno di voi conosce un metodo per realizzare una sequenza video dei corsi obbligatoria, nel senso che non posso vedere il secondo filmato se non ho visto il primo…
Mi è balenata una visone profetica in cui studenti che non vogliono studiare sono perseguitati da docenti offesi nell’onore, o forse solo imbriglati nelle regole di istituzioni anti-educative, che inventano continuamente nuove costrizioni, trappole e tranelli per obbligarli a farlo stimolando così gli allievi a perfezionare strategie di resitenza sempre più sofisticate e così via fino all’esaurimento reciproco delle forze.
Giusto per togliermi il il dubbio ho fatto una veloce verifica della roadmap per lo sviluppo della (molto attesa) versione 2.0 di Moodle scoprendo alcune cose interessanti. Mi sono accorto infatti che una gran parte delle novità previste per la didattica (escluse le migliorie propriamente tecniche) riguardano le procedure di controllo: molta attenzione ai quiz, al tracciamento, alle verifiche formali di avanzamento, ai feedbacks, al registro (in senso scolastico) alle attività condizionali… insomma si potrà documentare e valutare ogni respiro degi studenti. Poi ho visto in dettaglio il modulo “attività condizionali” ottimamente sviluppato e documentato da Sam Marshall della The Open University.
Questo permette al docente, per esempio, di obbligare uno studente a inviare un mumero prefissato di post in una discussione prima di poter passare a una fase successiva del corso.
Immagino cosa farei io se fossi uno studente in questa situazione: preparerei una serie di post standard generici e apparentemente intelligenti, magari elaborati con gli amici in una serata molto conviviale, per potermela sbrigare in fretta (e poi studie sul serio a modo mio). Va notato che preparare post fasulli che pero sembrino “veri” per riuscire a imbrogliare come si deve un docente è una attività difficilissima che richiede una notevole dose di fantasia e intelligenza. Si farebbe prima a eseguire il compito seriamente, ma allora addio divertimento.
Pensieri contorti come questi devono essere affiorati anche alla coscienza dello staff di sviluppo di Moodle, come dimostra questa nota nel wiki dedicato alle attività condizionali(traduco):
Le attività condizionali sono un modo per obbligare gli studenti a fare le cose in un certo ordine. Volete davvero questo?
E’ certo una buona pratica di progettazione didattica chiarire agli studenti quello che vi aspettate che facciano in modo da dare loro una buona guida. Ma avete bisogno di usare la forza? Non sarebbe meglio lasciare agli studenti il controllo del proprio apprendimento e usare annotazioni e tracce di lavoro piuttosto che chiavi e lucchetti per suggerire il percorso di apprendimento migliore?
D’altra parte, se dovete progettare un corso formalmente certificato che richiede l’approvazione di autorità pubbliche per nulla illuminate (bella questa, vuoi vedere che Maria Stella fa il secondo lavoro in Australia?) Le attività condizionali li rassicureranno sul fatto che gli allievi siano stati esposti a qualunque cosa preveda il corso, nell’ordine prefissato e che gli allievi soddisfino certi standard quantitativi, fase per fase, prima di poter procedere nel corso. Un utilizzo corretto e giustificato delle attività condizionali può assicurare la validazione formale del vostro corso.
Dunque la risposta dipende dalle specifiche circostanze nelle quali operate, ma vale la pena di concedersi un momento di riflessione sul grado di appropriatezza delle attività condizionali nel vostro corso.
Come dire: queste cose le facciamo di malavoglia, obtorto collo, giusto perchè tutti ce le chiedono a gran voce, dobbiamo pur campare anche noi, ma decliniamo ogni reponsabilità.
Sarà il learning 10.0 uguale al learning 00.0?
Molto interessante! Grazie per aver riportato queste illuminanti dinamiche dal forum di Moodle.
La situazione è proprio difficile e coinvolge il senso stesso e il ruolo del docente. Io insegno in un ITI e sono sempre a contatto con studenti che non vogliono far nulla: ottimi e bravi ragazzi, ma di studiare non se ne deve parlare . . . Ma non solo di studiare, anche di cose che dovrebbero essere “altro” dalla studio . .
Un esempio per tutti: sto per andare in Turchia con tre ragazzi per un comenius. Il gruppo di lavoro è composto da turchi, italiani, polacchi, spagnoli. Ogni gruppo nazionale dovrà portare al prossimo incontro (tra 8 giorni) un video realizzato dai ragazzi sulla loro vita nelle rispettive città, qualcosa di molto semplice, anche riprese fatte col telefonino . . . Ebbene anche questo sta diventando un’ impresa! Come docente coinvolto sono costretto ad “inseguirli” sia a scuola che sul web (ormai siamo tutti su Facebook) per tentare di fare rispettare quanto, del resto liberamente, già convenuto . . . Probabilmente per loro sto diventando proprio una bella scocciatura!
In ambito aziendale ciò si spiega con la ricerca del risparmio (elearning come somministrazione economica di corsi preconfezionati) unita allo scarico di responsabilità per l’azienda (dimostrare di aver fatto fare un corso obbligatorio per legge).
Intanto: complimenti per questo blog: ogni volta il post è intelligente, stimolante, attuale. E poi… e poi l’apprendimento si fa con la qualità, non con la quantità, i percorsi forzati e fruste più o meno digitali. Per fortuna, ormai, io uso Moodle solo come mansueto amplificatore didattico del mio percorso in presenza: solo se ti crei credibilità in presenza puoi contare sul fatto che i tuoi ragazzi lavorino bene anche a distanza. Altrimenti… Buon lavoro e buona vita.
@ tutti.
Ho avuto tre giorni di completo blackout della lineatelefonica grazie a Telecom e parecchi altri guai (non tutto è virtuale) per cui questo blog procede a rilento e rispondo in ritardo a rispetto a tutto e a tutti.
Ma procede.
Toccate tutti questioni di fondo: la credibilità, stima, fiducia tra docenti e allievi, la costosa insensatezza di molta formazione sul lavoro, l’indifferenza generale che dilaga nelle nostre vite… chedo che queste cose saranno il filo conduttore di questo blog nei prossimi mesi, spero con il vostro contributo.
Grazie per gli spunti intanto
Il problema che evidenzi ha molte sfaccettature. Ma l’impostazione poliziesca nella gestione dell’apprendimento non è propriamente una tendenza dell’e-learning. Direi che si manifesta ormai “anche” nel cosiddetto e-learning, ma solo come ultima deriva di una visione autoritaria dell’insegnamento e di una visione passiva dell’apprendimento, che spesso (succede ad esempio in gran parte della formazione in azienda) sono due facce di una stessa medaglia. Come suggerisce l’amico Marconato citando Jonassen in tutto questo c’è poca professionalità e molta superficialità: non sapendo insegnare, molti docenti cercano di imporre. Non sapendo imparare, molti studenti chiedono di essere “guidati”. I due ruoli sono evidentemente più facili da interpretare per entrambi gli attori. Personalmente ritengo che ciò sia il risultato del sostanziale fallimento delle politiche di formazione dei formatori e dell’assenza di politiche di formazione all’apprendimento. Non si insegna a insegnare e non si insegna a imparare. Nel primo caso perché i progetti e i percorsi sono gestiti male (non sempre ma quasi sempre), nel secondo caso perché i progetti non esistono o non sono considerati: di recente ad esempio ho partecipato a due bandi POR/FSE proponendo un percorso per e-learners (livello 1) e uno per e-knowers (livello 2) che non sono stati neanche considerati perchè non riuscivamo a descriverli, diciamo costringerli in formulari che non contemplavano un approccio così decisamente metacognitivo. Va detto che in parte questo riflusso è l’effetto involontario dell’enfasi eccessiva che a volte accompagna gli approcci più aperti, partecipativi e collaborativi. Ho visto con i miei occhi attivare comunità di interessi e scenari interattivi senza considerare minimamente che si tratta di situazioni che implicano fatica, capacità progettuale, monitoraggio accurato, valutazione continua, in una parola profonde attitudini e consolidate professionalità. E ho sentito con le mie orecchie parlare di fallimento dell’e-learning da parte di gente che (semplicemente) non era riuscita a progettare e gestire un progetto efficace, ma anzichè ammetterlo preferiva, che dire, passare ad altro. Forse dovremmo mostrare un po’ più di umiltà, dichiarando apertamente che percorrere strade più aperte implica una maggiore complessità e richiede una professionalità più consistente, tempo, risorse. E dimostrando se, come e perché questo percorso può introdurre fattori di qualità nell’apprendimento: è l’unico modo che abbiamo per smentire i facili profeti del finto rigore, anche se sono tanti e sempre più convinti, essendo il risultato dell’alleanza di comodo tra insegnanti che non hanno più voglia di mettersi in gioco e studenti la cui creatività è stata uccisa tra la prima e la seconda media…
Come insegnante e tutor, di una mia sperimentazione on line legata ad un dottorato di ricerca in e.learning, presso l’Università agli studi di Macerata, comprendo perfettamente lo stato d’anima dei docenti che rincorrono gli alunni per “costringerli” ad eseguire le attività.
Io mi sto interessando di argomentazione on line, riferita sia alla filosofia che al problem solving, e ho cercato di verificare se nel forum la discussione può attenersi maggiormente alle regoli basilari rispetto a quella in presenza. Tale sperimentazione si sta svolgendo in diverse scuole di Campobasso ed una della provincia (scuola nella quale io sono titolare), tutti licei. Su 80 iscritti hanno partecipato in 15, e di questi 15 solo in 4/5 in maniera davvero attiva cercando di rispettare al meglio le attività richieste e nei tempi richiesti.
La sperimentazione è ormai al termine ma non posso concluderla perchè mi manca il lavoro finale di un gruppetto di ragazzi che mi impedisce di decretare il gruppo vincitore di un gioco significativo per la sperimentazione stessa.
Mi ero illusa che l’uso della rete, di determinati strumenti, il fatto di poter discutere di tematiche scelte e proposte dai ragazzi, il partecipare ad una sperimentazione altamente innovativa (in Italia non esistono insegnamenti di argomentazione) poteva essere di per se motivante.
La riflessione di cui sopra mi spiega però molto e in parte mi rincuora.
Non ho agito “costringendo” anche perchè così la sperimentazione sarebbe risultata fallimentare in sé, ma il non riuscire a fare eseguire le ultime attività mette in crisi il mio stesso dottorato.
Qualcuno può darmi un suggerimento?
@Emilia
In Italia non esistono corsi di “argomentazione”? Lo sospettavo …
Scherzi a parte credo trovo il tuo tentativo molto interessante e forse molto più difficile di quello che sembra. Per argomentare bisogna prima avere qualche idea da esporre e poi anche una capacità di espressione linguistica non indifferente. Per non parlare della capacità di ascoltare le argomentazioni degli altri e una buona dose di empatia.
E poi ancora si tratta di superare quella naturale dose di egocentrismo che ci porta a pensare che se ci esprimiamo con sufficiente chiarezza gli altri dovrebbero automaticamente essere d’accordo con noi (l’equivoco su cui si basa la maggior parte dei corsi di formazione sulle capacità di comunicazione).
Dunque non è poi così strano che i tuoi allievi si trovino in difficoltà, rete o non rete, e si sentano incapaci. E sfuggano il compito.
Ma in realtà non so nulla sul tuo corso e mi piacerebbe saperne di più. Mi mandi qualche info?
@ Mario
Qui nel Veneto è difficilissimo che una struttura di formazione si impegni ad assumere persone con “profonde attitudini e consolidate professionalità” per il banale motivo che non sono in grado di retribuirle. Queste strutture hanno spese fisse e incassi imprevedibili perché dipendono dalla programmazione regionale. Negli ultimi due anni molte strutture hanno chiuso e vari dirigenti hanno perso il lavoro perché nel passaggio dalla programmazione del 2003-08 a quella 2009-13 ci sono stati due anni senza finanziamenti e ora una parte di quelli previsti sono stati improvvisamente dirottati sugli ammortizzatori sociali. Non ci sono le condizioni minime per attirare veri professionisti della formazione.
Sulla progettazione mi permetto un suggerimento perché ho a che fare con questi problemi tutti i giorni e alla fine qualche strategia di sopravvivenza bisogna pure trovarla.
C’è uno (sporco) trucco che consente a chi opera nella formazione professionale finanziata di fare cose innovative e di buona qualità. La prima cosa è ovviamente riuscire a farsi approvare un progetto. Per fare questo bisogna assolutamente evitare di scrivere cose troppo sofisticate perché chi lo legge si chiede “come diavolo facciamo a verificare il rendiconto?” e mai “che cosa impareranno gli allievi?”Questi progetti infatti non sono “progetti” ma domande di finanziamento e come tali vanno trattati. In pratica meglio utilizzare frasi fatte e concetti standard “nascondendo” il più possibile gli aspetti innovativi. Poi non c’è da preoccuparsi perché il grado di libertà che lasciano è molto elevato (molto di più che nella formazione per grandi aziende). Basta rispettare alcuni paletti amministrativi e chiedere qualche modifica in corso d’opera per poter fare quasi tutto quello che si vuole. La cosa è facilitata dal fatto che se gli amministratori pubblici non riescono a spendere tutti i fondi che loro stessi hanno stanziato vanno incontro a guai di vario tipo (controlli di secondo livello, assessore che protesta, confronti interni con colleghi…).
Il lato negativo di questo modo di procedere è che si fa una vita da clandestini e non è il caso di aspettarsi riconoscimenti, anzi. Del resto anche molti bravi insegnanti lavorano così.
non sono molto d’accordo… io credo che l’e-learning sia un ottimo strumento bisogna imparare solo ad utilizzarlo nel rispetto del discente e docente. io l’ho scoperto da qunado mi sono iscritta all’università unisu. senza la formazione a distanza non avrei potuto studiare e lavorare.