Càpita in qualche serata di pioggia di fare esplorazioni senza motivo. E scovare sorprese. Non proprio a caso del tutto perché ci sono fonti che raramente deludono come per dire la Library Of Congress con le sue mostre e raccolte che generosamente diffonde. Ce n’è una eccezionale formata da centinaia di foto a colori della vita in America negli anni ‘30 e ‘40 che è di gran lunga più “densa” di qualunque ponderoso studio di sociologia e infinitamente più piacevole perché le immagini hanno un potere evocativo in grado di solleticarmi certi strati emotivi archetipici che credevo sepolti in profondità ormai inaccessibili.

La collezione completa: 1930s-40s in Color

Sia chiaro che questa è un’America rurale povera, forse non quanto l’Italia di allora, ma povera, fatta di minatori e di contadini che conservano religiosamente le rape nei vasetti per riuscire a passare l’inverno. E di famiglie numerose con la mamma che fabbrica i vestiti per le figlie tutti uguali perché fatti con la stessa pezza di stoffa acquistata a rate:

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Ma bisogna saper vedere e questo non è da tutti. Me ne sono accorto perché la Library ha avuto la diabolica idea di pubblicare tutto su Flickr e ha inviato tutti a inserire le proprie osservazioni sottoforma di hotspot. Ne è venuta fuori una sorta di stupefacente psico-socio-analisi di massa: c’è chi ha riconosciuto la foto della nonna da bambina e ne ha raccontato il destino successivo; altri identificano il tipo di pellicola da certe marcature chiare sui bordi della foto; alcuni si lanciano nella decifrazione delle scritte pubblicitarie sfocate che appaiono sugli sfondi; per non parlare delle analisi dello stato dei rapporti tra i sessi basate sugli sguardi e le posture di ignari modelli implacabilmente fissate per l’eternità.

Vedere per credere. Ci si diverte, ma senza i commenti della folla degli appassionati decifratori di immagini mi sarebbe sfuggito il 90% di quello che avevo sotto gli occhi. Scorrere quell’archivio collettivamente commentato invece è stato come fare un corso accelerato di cultura visiva e iconografia storica.

Per dire, guardate la stratificazione dei commenti nella foto seguente:

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In basso a destra viene impietosamente demolita la mia convinzione che i pantaloni a zampa di elefante fossero un fulgido frutto della creatività sessantottesca. Copiati invece, che delusione!

E poi c’è quella noticina in alto a destra che parla di una certa Rosie la Rivettatrice che – a quanto pare – è molto famosa e in effetti mi richiama qualcosa… ma cosa? E qui l’istinto investigativo reclama un duro lavoro: la foto fa parte di una serie che mostra come le donne sono state inserite nell’industria bellica negli anni ‘40 e sia chiaro che si tratta di propaganda bellica e non di inchieste o reportage: gli abiti delle ragazze sono pulitissimi e appena stirati e l’uso sapiente dell’illuminazione è quasi hollywoodiano. A volte si vedono rossetti scarlatti, bottoni in madreperla su candide camicette, riccioli freschi di parrucchiere… in certi casi la cosa è talmente forzata che anche gli americani più patriottici se ne accorgono.

Le foto furono realizzate dall’Office of War Information (OWI) tra il 1939 e il 1944 con l’intento di documentare vari aspetti della vita americana, tra i quali la mobilitazione bellica e l’ingresso delle donne nel mondo dei lavori maschili. Par di capire che le donne, lasciate a loro stesse, non dovessero essere troppo entusiaste dall’idea di mettersi a fare il metalmeccanico…

“In Akron, Ohio, il governo intervistò 87,000 casalinghe, ma ne reclutò solamente 630” (1)

e che quindi è l’OWI si è attivata per tentare di costruire un forte immaginario positivo, capace di convincerle.

“Finanziò film da proiettare nelle chiese, scuole, industrie belliche, associazioni. Suggerì trame e copioni per i film di Hollywood. Sponsorizzò speciali messaggi radio su 75 programmi alla settimana per due mesi, con tre annunci quotidiani per emittente.” (1)

Ora teniamo d’occhio l’evoluzione di questa iconografia, dai primi maldestri tentativi, fino al risultato di maggior successo. Il filo conduttore è quel fazzoletto legato attorno alla testa, dal quale escono i seduttivi ricciolini. Queste sono le operaie nell’industria bellica, quelle vere:

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Sporche, stanche, non proprio eleganti e pagate il 40% in meno degli uomini a parità di mansioni (ma sempre più del doppio di una domestica o cameriera).

“In 1944 women in manufacturing averaged $31.21 per week and men $54.65 – a situation due in large part to women’s working at lower-level jobs but also to higher rates for men” (1)

E queste sono le loro più famose trasfigurazioni, quelle rimaste nel nostro immaginario:

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A sinistra Rosie the Riveter vista dal grande Norman Rockwell (per il Saturday Evening Post nel 1943) il quale per una volta ha realizzato un imprevisto esempio di realismo socialista, con tanto di macchie di grasso sulle braccia poderose della sua modella e collezione di badges al posto delle medaglie sulla camicia. A destra invece il celebre poster di Howard Miller che non c’entra nulla con la storia originale di Rose Will Monroe (la vera rivettatrice) ma che è diventato l’icona del diritto delle donne al lavoro per il femminismo militante degli anni ‘70 e ‘80.

E appunto questo “We Can Do It” era l’immagine che premeva per tornarmi in mente quando mi sono imbattuto nella prima foto. Mi femo qui se no viene fuori una tesi di laurea.

Links di approfondimento poderosi:

  • (1) AN EYEWITNESS HISTORY – World War II di Carl J. Schneider and Dorothy Schneider, cap. 5 Civilians at work, pag 104, reperibile per intero su Scribd e straordinario per capire qualcosa delle forze in gioco nei rapporti di lavoro.
  • (2) Creating Rosie the Riveter – Libro di Di Maureen Honey sulla creazione mediatica della mitologia di Rosie (su Googlebooks)

Links più sintetici:

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