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Ma scrivere serve?

Giovanni Reale e l’importanza del non scritto in Platone
Francesco Nucci

Pubblicato in origine su Neurasia, n.2, 2000, rivista curata dalla Societa’ Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze e su http://mysite.ciaoweb.it/neurasia/2/reale4.html per la (presumibilmente) libera consultazione). Lo ripubblico qui perchè ora l’articolo risulta irreperibile in rete.

5.1.2 La lettera VII

Nell’excursus della lettera VII il filosofo dell’Accademia riprende la dottrina del Fedro relativa allo scritto (lettera VII, 340b-341a).
Il procedimento di queste autotestimonianze si scandisce in 3 punti:

1 Platone spiega in che cosa consiste la “prova” alla quale sottoponeva coloro che si accostavano alla filosofia, al fine di accertare se essi fossero, o no, in grado di praticarla.La prova consisteva in una presentazione preliminare della filosofia e nell’illustrazione di ciò che essa comporta, e delle fatiche che implica.
Le persone che venivano sottoposte a questa prova assumevano due atteggiamenti opposti.
Quando chi che veniva sottoposto a essa possedeva una natura idonea alla filosofia questi univa i suoi sforzi a colui che lo guidava, fino al momento in cui avesse raggiunto l’obiettivo, e poi proseguendo impostava e conduceva le faccende della sua vita privata in un modo che risultasse coerente con la pratica della filosofia.
In caso contrario le sue conoscenze si riducevano a personali opinioni e reagiva in maniera negativa di fronte al gran numero di cose da apprendere. Di conseguenza costui si convinceva di aver ascoltato quanto bastava sulla totalità della realtà e non si sottoponeva agli ulteriori e necessari impegni.

2 “Le cose più grandi” devono essere affidate all’oralità e non allo scritto (lettera VII 341b-e). Purtroppo però Dionigi, il tiranno di Siracusa, sottoposto alla prova si mostrò conforme al secondo tipo. Egli sostenne subito la pretesa di sapere molte cose, e mise subito per iscritto le cose ascoltate da Platone (e da questi lasciate all’oralità).

La conclusione del filosofo dell’Accademia fu amara: chi aveva messo per iscritto cose da lui affidate alla sola dimensione dell’oralità non aveva capito nulla di esse, anche perché uno scritto che fosse stato composto da Platone medesimo su queste cose non c’era e mai ci sarebbe stato (lettera VII b7).

Le ragioni sulle cui base il filosofo dell’Accademia riservava “le cose più grandi e di maggior valore” all’oralità dialettica sono:
- la conoscenza di queste cose non può essere comunicata come quella delle altre perchè essa richiede una lunga serie di discussioni fatte insieme, in relazione fra chi insegna e chi impara: la conoscenza di queste cose non è comunicabile come le quella delle altre perchè per essere guadagnate richiedono doti speciali e un lungo lavoro;
- anche se una minima parte può trarre beneficio da uno scritto su queste cose, la maggior parte degli uomini non le capirebbe e ne trarrebbe ingiusto disprezzo;
-dunque, lo scrivere intorno a queste cose risulta inutile e sconveniente (lettera VII, 341 E3-6);

3 Chi scrive sulle cose supreme non lo fa per motivi corretti (lettera VII, 344d-345c).

5.1.3 Le conclusioni sulle autotestimonianze della lettera VII

I temi delle “autotestimonianze” della lettera VII sono gli stessi del Fedro e fanno emergere le indicazioni di quesi contenuti intorno a cui Platone si rifiutava di scrivere. Reale elenca i termini e l eespressioni con cui il filosofo della’Accademia indica questi contenuti su vertono le sue “Dottrine non scritte”:

1 l’intero, cioè il tutto (Lettera VII, 341 A2);
2 le cose più grandi (Lettera VII, 341 B1);
3 la Natura cioè la realtà nel suo fondamento (Lettera VII, 341 D7);
4 il Bene (Lettera VII, 342 D4);
5 la verità della virtù e del vizio (Lettera VII, 344 A8);
6 il falso e il vero di tutto l’essere (Lettera VII, 344 B2);
7 le cose più serie (Lettera VII, 344 C6);
8 i principi primi e supremi della realtà (Lettera VII, 344 D 4-5);

In una scala quasi perfetta si giunge espressamente alla testimonianza della teoria dei principi primi e supremi che saranno il fulcro del pensiero di Platone. Secondo Reale tutto questo comporta delle difficoltà per il paradigma tradizionale: al fine di contenerle si sono battute due vie. Da un lato si è cercato di negare l’autenticità della Lettera VII; dall’altro di interpretare lo scritto respinto da Platone nel delimitato senso di “trattato”, “conpendio”, “esposizione sistematica”, tentando in questo modo di distinguerlo dai dialoghi. Ma dalle Auto-testimonianze risulta che i dialoghi non contengono cose che per Platone sono della massima “serietà”.

Dunque Platone ha detto che non bisognava scrivere sulle “cose di maggior valore” cioè sulle cose serie perché era inutile ed anche dannoso mettere quelle dottrine a disposizione di tutti. Egli dice che se fosse stato conveniente lo avrebbe potuto fare, nel modo migliore e precisa di non averlo fatto per ragioni etico-pedagogiche, didattiche. Egli riteneva che sarebbe stato utile solo a pochi uomini, lo scrivere per questi pochi è pressoché inutile e sarebbe stato dannoso per la maggior parte degli uomini, i quali non sarebbero stati in grado id capire e di conseguenza lo avrebero disprezzato e deriso o si sarebbero riempiti di vanagloria o superbia, credendo di aver imparato cose che in realtà non comprendevano.