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orinatoio di Duchamp

Nel 1917 Marcel Duchamp espone a New York un orinatoio rovesciato e lo intitola "fontana". Per molti si tratta della data di inizio di tutta l’arte contemporanea.

L’idea di base è abbastanza semplice: si prende un oggetto qualsiasi appartenemte al mondo del quotidiano (arte del ready-made, del già-pronto) e lo si trasferisce in un contesto che non è quello originale cambiando così di colpo il suo significato e rendendolo "incomprensibile".

Dopo Duchamp il valore del lavoro dell’artista non consiste più nel "fare" l’opera, ma nell’operazione di ri-contestualizzazione degli oggetti che ne annulla i significati sedimentati e stimola il pubblico a ragionarci sopra per costruirne di nuovi. Di fatto, assieme al significato originale dell’oggetto scompare anche il ruolo passivo dello spettatore che diviene "interpretante" e artista a sua volta. Sempre che ci riesca. Quando non ci riesce salta fuori l’esclamazione che ci siamo abituati a sentire in continuazione dal 1917 a oggi: "Ma questa non è arte! Sono capace anch’io!".

Questo rifiuto/incomprensione è abbastanza ovvio in un pubblico generico che è stato abituato a considerare arte solamente la Gioconda o comunque cose facilmente riconoscibili e incorniciate adeguatamente. Ricordo il commento di un visitatore, simpatico e ruspante, in una mostra di un mio amico pittore in friuli: "Per me un quadro è arte quando si capisce che cosa c’è dentro e dentro deve anche esserci qualcosa che si può mangiare". Immagino che fosse un accanito collezionista di nature morte iperrealiste con vasi di frutta.

Si può esprimere questo disagio (a volte angoscia vera e propria)  di fronte all’idea di mettere in moto le proprie capacità di comprensione in molti modi, dalle amabili prese per il culo di Aldo, Giovanni e Giacomo (vei l’episodio della visita alla mostra d’arte in  anplagghed parte 1 e anplagghed parte 2 ) fino alle più sofisticate riflessioni di un esperto e anziano storico dell’arte, ex ministro dei beni culturali e direttore di importanti musei. Scrive qui Antonio Paolucci (corsivo mio):

"… Forse le forme dell’arte contemporanea sono destinate a vivere quanto la contemporaneità. Forse sono contemporanee perché non diventeranno mai antiche.  Personalmente penso che la Babele dei linguaggi, il caos e la contaminazione degli alfabeti espressivi, rappresentino, oggi, un momento di passaggio. Il grande disordine attuale è destinato a creare le necessarie premesse per la nascita di un linguaggio nuovo, finalmente unificato."

In queste frasi la nostalgia per i bei tempi andati è davvero struggente: tutto un tempo era chiaro e ci sentivamo a nostro agio. Speriamo che il mondo la smetta di cambiare e tutto si fermi se no mi gira la testa… 

In compenso c’è una comprensione immediata del potere si stimolo di questo lavoro di ri-contestualizzazione in ambienti che con l’arte contemporanea sembrano non aver nulla a che vedere. Per esempio ieri gli operai del distretto dei sanitari di Civita Castellana hanno letteralmente messo in scena la loro preoccupazione per la gravissima crisi che sta distruggendo il  loro lavoro in questo modo:

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(immagine tratta da: http://www.ontuscia.it. Link al servizio fotografico completo: http://www.ontuscia.it/notiziaEng.asp?id=6705 )

E’ probabile che la maggior parte degli operai e tecnici della Tuscia non abbia mai sentito parlare di Duchamp e non siano particolarmente attratti dall’arte contemporanea, però sembrano averne una comprensione immediata e istintiva. Non è affatto stano perché dopotutto sua caratteristica distintiva e di essere "contemporanea" e quindi, visto che tutti noi siamo senza il minimo dubbio contemporanei di noi stessi, non si vede perché non dovremmo essere in grado di capirla e praticarla. Se non la capiamo affatto potrebbe darsi il caso che si tratti di cattiva arte (ce n’è molta) e non del fatto che noi siamo stupidi.

Basta trasferire i bidet di Civita all’interno di una sala della Biennale di Venezia e il gioco sembra completarsi. In realtà non è proprio così perché ci ha già pensato Duchamp novant’anni fa e il valore, anche economico, di queste azioni consiste molto nel nel saperle fare al momento giusto e per la prima volta. Non a caso i sanitari di Civita non si vendono, ma la "fontana" originale vale oggi circa 3.5 milioni di dollari e in un’asta pubblica potrebbe spuntarne anche il doppio. Però, con tutti i distinguo del caso, l’impatto di queste azioni-rappresentazioni nell’immaginario collettivo è forte e per questo è da tempo praticato nel mondo delle azioni di protesta, disobbedienza civile e sensibilizzazione politica. 

Se non ne siete convinti vi invito a fare un esperimento su voi stessi. Per prima cosa osservate con cura l’immagine qui sotto: 

 

Carne umana confezionata 2

Ora rispondete a questa domanda: cambia qualcosa nel vostro modo si percepire (e concepire) un petto di pollo confezionato? Se la risposta è si siete tra coloro che non dovrebbero avere alcuna speciale difficoltà nella comprensione dell’arte contemporanea. Non si tratta infatti di capire quello che l’autore vuole dire,  o di giudicare bella o brutta la sua opera, ma di lasciare cheil suo lavoro funzioni come stimolo per la nostra capacità di sentire e pensare e – per questa via – produca un cambiamento nella nostra percezione del mondo.

 

Links

  • Da leggere per forza (anche in spiaggia perché è molto piacevole): Francesco Bonami, 2007, "Lo potevo fare anch’io", Mondadori.
  • Le performance animaliste sono quelle regolarmente realizzate dal PETA (People for the Ethical Treatment of Animals). La foto viene da qui.

Càpita in qualche serata di pioggia di fare esplorazioni senza motivo. E scovare sorprese. Non proprio a caso del tutto perché ci sono fonti che raramente deludono come per dire la Library Of Congress con le sue mostre e raccolte che generosamente diffonde. Ce n’è una eccezionale formata da centinaia di foto a colori della vita in America negli anni ‘30 e ‘40 che è di gran lunga più “densa” di qualunque ponderoso studio di sociologia e infinitamente più piacevole perché le immagini hanno un potere evocativo in grado di solleticarmi certi strati emotivi archetipici che credevo sepolti in profondità ormai inaccessibili.

La collezione completa: 1930s-40s in Color

Sia chiaro che questa è un’America rurale povera, forse non quanto l’Italia di allora, ma povera, fatta di minatori e di contadini che conservano religiosamente le rape nei vasetti per riuscire a passare l’inverno. E di famiglie numerose con la mamma che fabbrica i vestiti per le figlie tutti uguali perché fatti con la stessa pezza di stoffa acquistata a rate:

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Ma bisogna saper vedere e questo non è da tutti. Me ne sono accorto perché la Library ha avuto la diabolica idea di pubblicare tutto su Flickr e ha inviato tutti a inserire le proprie osservazioni sottoforma di hotspot. Ne è venuta fuori una sorta di stupefacente psico-socio-analisi di massa: c’è chi ha riconosciuto la foto della nonna da bambina e ne ha raccontato il destino successivo; altri identificano il tipo di pellicola da certe marcature chiare sui bordi della foto; alcuni si lanciano nella decifrazione delle scritte pubblicitarie sfocate che appaiono sugli sfondi; per non parlare delle analisi dello stato dei rapporti tra i sessi basate sugli sguardi e le posture di ignari modelli implacabilmente fissate per l’eternità.

Vedere per credere. Ci si diverte, ma senza i commenti della folla degli appassionati decifratori di immagini mi sarebbe sfuggito il 90% di quello che avevo sotto gli occhi. Scorrere quell’archivio collettivamente commentato invece è stato come fare un corso accelerato di cultura visiva e iconografia storica.

Per dire, guardate la stratificazione dei commenti nella foto seguente:

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In basso a destra viene impietosamente demolita la mia convinzione che i pantaloni a zampa di elefante fossero un fulgido frutto della creatività sessantottesca. Copiati invece, che delusione!

E poi c’è quella noticina in alto a destra che parla di una certa Rosie la Rivettatrice che – a quanto pare – è molto famosa e in effetti mi richiama qualcosa… ma cosa? E qui l’istinto investigativo reclama un duro lavoro: la foto fa parte di una serie che mostra come le donne sono state inserite nell’industria bellica negli anni ‘40 e sia chiaro che si tratta di propaganda bellica e non di inchieste o reportage: gli abiti delle ragazze sono pulitissimi e appena stirati e l’uso sapiente dell’illuminazione è quasi hollywoodiano. A volte si vedono rossetti scarlatti, bottoni in madreperla su candide camicette, riccioli freschi di parrucchiere… in certi casi la cosa è talmente forzata che anche gli americani più patriottici se ne accorgono.

Le foto furono realizzate dall’Office of War Information (OWI) tra il 1939 e il 1944 con l’intento di documentare vari aspetti della vita americana, tra i quali la mobilitazione bellica e l’ingresso delle donne nel mondo dei lavori maschili. Par di capire che le donne, lasciate a loro stesse, non dovessero essere troppo entusiaste dall’idea di mettersi a fare il metalmeccanico…

“In Akron, Ohio, il governo intervistò 87,000 casalinghe, ma ne reclutò solamente 630” (1)

e che quindi è l’OWI si è attivata per tentare di costruire un forte immaginario positivo, capace di convincerle.

“Finanziò film da proiettare nelle chiese, scuole, industrie belliche, associazioni. Suggerì trame e copioni per i film di Hollywood. Sponsorizzò speciali messaggi radio su 75 programmi alla settimana per due mesi, con tre annunci quotidiani per emittente.” (1)

Ora teniamo d’occhio l’evoluzione di questa iconografia, dai primi maldestri tentativi, fino al risultato di maggior successo. Il filo conduttore è quel fazzoletto legato attorno alla testa, dal quale escono i seduttivi ricciolini. Queste sono le operaie nell’industria bellica, quelle vere:

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Sporche, stanche, non proprio eleganti e pagate il 40% in meno degli uomini a parità di mansioni (ma sempre più del doppio di una domestica o cameriera).

“In 1944 women in manufacturing averaged $31.21 per week and men $54.65 – a situation due in large part to women’s working at lower-level jobs but also to higher rates for men” (1)

E queste sono le loro più famose trasfigurazioni, quelle rimaste nel nostro immaginario:

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A sinistra Rosie the Riveter vista dal grande Norman Rockwell (per il Saturday Evening Post nel 1943) il quale per una volta ha realizzato un imprevisto esempio di realismo socialista, con tanto di macchie di grasso sulle braccia poderose della sua modella e collezione di badges al posto delle medaglie sulla camicia. A destra invece il celebre poster di Howard Miller che non c’entra nulla con la storia originale di Rose Will Monroe (la vera rivettatrice) ma che è diventato l’icona del diritto delle donne al lavoro per il femminismo militante degli anni ‘70 e ‘80.

E appunto questo “We Can Do It” era l’immagine che premeva per tornarmi in mente quando mi sono imbattuto nella prima foto. Mi femo qui se no viene fuori una tesi di laurea.

Links di approfondimento poderosi:

  • (1) AN EYEWITNESS HISTORY – World War II di Carl J. Schneider and Dorothy Schneider, cap. 5 Civilians at work, pag 104, reperibile per intero su Scribd e straordinario per capire qualcosa delle forze in gioco nei rapporti di lavoro.
  • (2) Creating Rosie the Riveter – Libro di Di Maureen Honey sulla creazione mediatica della mitologia di Rosie (su Googlebooks)

Links più sintetici:

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Ormai non si può più ignorare le cosa: altro che condivisone, creatività, socialità e costruttivismo. Romantiche scempiaggini. Pare invece che molti entusiasti e-teacher, messi alle strette da allievi che sono affatto attivi, partecipativi, creativi, entusiasti, stiano allegramente trasformandosi in e-bulldog.

Lo stimolo iniziale mi è stato dato da alcune domande che sono state poste nel forum di supporto di Moodle in lingua italiana, cose così: .. come faccio ad obbligare gli utenti a svolgere un’attività… come obbligare lo studente a seguire un avanzamento sequenziale… qualcuno di voi conosce un metodo per realizzare una sequenza video dei corsi obbligatoria, nel senso che non posso vedere il secondo filmato se non ho visto il primo…

Mi è balenata una visone profetica in cui studenti che non vogliono studiare sono perseguitati da docenti offesi nell’onore, o forse solo imbriglati nelle regole di istituzioni anti-educative, che inventano continuamente nuove costrizioni, trappole e tranelli per obbligarli a farlo stimolando così gli allievi a perfezionare strategie di resitenza sempre più sofisticate e così via fino all’esaurimento reciproco delle forze.

Giusto per togliermi il il dubbio ho fatto una veloce verifica della roadmap per lo sviluppo della (molto attesa) versione 2.0 di Moodle scoprendo alcune cose interessanti. Mi sono accorto infatti che una gran parte delle novità previste per la didattica (escluse le migliorie propriamente tecniche) riguardano le procedure di controllo: molta attenzione ai quiz, al tracciamento, alle verifiche formali di avanzamento, ai feedbacks, al registro (in senso scolastico) alle attività condizionali… insomma si potrà documentare e valutare ogni respiro degi studenti. Poi ho visto in dettaglio il modulo “attività condizionali” ottimamente sviluppato e documentato da Sam Marshall della The Open University.

attività condizioneli

Questo permette al docente, per esempio, di obbligare uno studente a inviare un mumero prefissato di post in una discussione prima di poter passare a una fase successiva del corso.

Immagino cosa farei io se fossi uno studente in questa situazione: preparerei una serie di post standard generici e apparentemente intelligenti, magari elaborati con gli amici in una serata molto conviviale, per potermela sbrigare in fretta (e poi studie sul serio a modo mio). Va notato che preparare post fasulli che pero sembrino “veri” per riuscire a imbrogliare come si deve un docente è una attività difficilissima che richiede una notevole dose di fantasia e intelligenza. Si farebbe prima a eseguire il compito seriamente, ma allora addio divertimento.

Pensieri contorti come questi devono essere affiorati anche alla coscienza dello staff di sviluppo di Moodle, come dimostra questa nota nel wiki dedicato alle attività condizionali(traduco):

Le attività condizionali sono un modo per obbligare gli studenti a fare le cose in un certo ordine. Volete davvero questo?

E’ certo una buona pratica di progettazione didattica chiarire agli studenti quello che vi aspettate che facciano in modo da dare loro una buona guida. Ma avete bisogno di usare la forza? Non sarebbe meglio lasciare agli studenti il controllo del proprio apprendimento e usare annotazioni e tracce di lavoro piuttosto che chiavi e lucchetti per suggerire il percorso di apprendimento migliore?

D’altra parte, se dovete progettare un corso formalmente certificato che richiede l’approvazione di autorità pubbliche per nulla illuminate (bella questa, vuoi vedere che Maria Stella fa il secondo lavoro in Australia?) Le attività condizionali li rassicureranno sul fatto che gli allievi siano stati esposti a qualunque cosa preveda il corso, nell’ordine prefissato e che gli allievi soddisfino certi standard quantitativi, fase per fase, prima di poter procedere nel corso. Un utilizzo corretto e giustificato delle attività condizionali può assicurare la validazione formale del vostro corso.

Dunque la risposta dipende dalle specifiche circostanze nelle quali operate, ma vale la pena di concedersi un momento di riflessione sul grado di appropriatezza delle attività condizionali nel vostro corso.

Come dire: queste cose le facciamo di malavoglia, obtorto collo, giusto perchè tutti ce le chiedono a gran voce, dobbiamo pur campare anche noi, ma decliniamo ogni reponsabilità.

Sarà il learning 10.0 uguale al learning 00.0?

Se al mondo c’è un giornale che integra in modo organico le possibilità offerte dal web nel lavoro editoriale quello è il New York Times. Non si tratta di aggiungere qualche illustrazione o filmato agli articoli pubblicati in rete per attirare l’attenzione dei lettori che poi forse potrebbero anche essere tentati di leggere gli articoli. Si tratta di fondere o ibridare la scrittura giornalistica con i mezzi espressivi propri della rete in modo da ottenere qualcosa di interamente nuovo.

Un esempio spettacolare di questa ibridazione è il glossario totale presente in tutti gli articoli pubblicati in rete. In pratica basta selezionare una parola qualsiasi dell’articolo per poter accedere a un dizionario completo di thesaurus:

Glossario

L’esempio è tratto da questo articolo.

C’è una sorta di rispetto profondo per i lettori nell’idea del glossario totale. Non è l’autore dell’articolo che decide al posto nostro e in modo arbitrario le glosse (le parole dal significato oscuro) da linkare al dizionario, ci viene invece messo a disposizione uno ambiente linguistico che possiamo utilizzare in modo del tutto autonomo a seconda delle nostre necessità e curiosità.

Questo è molto diverso rispetto a strumenti più consueti come il pur utilissimo Babylon perché si ha netta percezione di che cosa significa avere a disposizione una vera e propria estensione cognitiva cioè un potenziamento o allargamento delle nostre capacità mentali: l’immediatezza è estrema, non si deve installare nulla, si usa subito senza doverci pensare. L’idea stessa di dover “fare un corso di inglese” per poter poi (forse) leggere l’articolo sembra di colpo del tutto incongrua di fronte alla possibilità di avere supporto diffuso permanente “contestuale” all’apprendimento. Se il dizionario fosse anche inglese-italiano oltre che inglese-inglese per noi sarebbe il massimo, ma prima o poi ci si arriva.

Nuovi allievi

Questo è un ambiente, non uno strumento linguistico. Ci si ritrova come i bambini che “assorbono” la lingua dei genitori grazie al fatto di trovarsi immersi nell’ambiente familiare e i bambini imparano la lingua senza studiare la grammatica e senza consultare il vocabolario. Per sfruttare questo genere di ambiente però sembra necessario che gli allievi imparino ad esplorarlo per conto loro e che gli eventuali insegnanti smettano di fare gli insegnanti. Chiarisco:

  • un insegnante normale potrebbe usare l’articolo citato come materiale per un compito del tipo: traducilo; venerdì verifica scritta.

  • Un non-insegnante invece direbbe: esplora questa cosa e fammi vedere che sei capace di imparare qualcosa. Dal che consegue che ciascun allievo imparerebbe cose diverse e tanti saluti al programma.

Voglio dire che per sfruttare queste cose bisognerebbe disfare quello che intendiamo di solito per “insegnante -allievo” e ripartire da zero, magari provando con “guida-esploratore” o qualcosa del genere.

Faccio da cavia

Leggendo l’articolo (che non è in basic english, anzi), usando il glossario pervasivo del NYT e Google io ho imparato varie cose, ma specialmente queste due qui:

il titolo è un gioco di parole tra oath (giuramento) e oaf (goffo, balordo, imbranato) basato sul fatto che la pronuncia è molto simile. L’ oath of office è il giuramento formale pronunciato da Obama il giorno del suo insediamento come presidente. Cosa ci combina il buon Obama per l’occasione? S‘impappina sul più bello e dunque fa una figura dell’ oaf. Ma non è tutto. Pare che oath non significhi solo giuramento; significa anche imprecazione, bestemmia, maledizione (è un sinonimo di swear). Ci sarà qualcosa che accomuna i giuramenti con le maledizioni visto che entrambi utilizzano lo stesso vocabolo per essere espresse? E cosa? Si sente all’opera una sapienza popolare sedimentata nella lingua che farebbe la felicità di Luigi Meneghello.

Sempre dal dizionario NYT apprendo infatti che la forza dell’ oath si basa sull’invocazione di una divinità chiamata a realizzare le promesse di colui che giura. Questa forza divina può essere benefica o malefica e in questo secondo caso il giuramento si trasforma in maledizione. Diffidare dunque e fare molta attenzione a quel che si dice! (oath = an irreverent or blasphemous use of the name of God or something held sacred).

La seconda interessante cosa che ho imparato riguarda l’uso dei verbi divisi (split verbs). Se in italiano diciamo ti amerò in inglese si dice I will love you che sono due parole per un verbo unico. Il problema nasce quando volgliamo aggiungere un avverbio. Supponiamo che durante un viaggio negli USA vi immamoriate perdutamente e decidiate di dichiararle il vostro eterno (always) amore alla fortunata o al fortunato prima di partire. Ci sono tre possibilità

1) “I always will love you”
2) “I will love you always

che sono correttissimi dal punto di vista grammaticale (mai interrompere gli split verbs!) ma vi faranno apparire pedanti e poco appetibili. Oppure:

3 “I will always love you”

che invece suona più musicale e dal momento che la lieve scorrettezza formale apparirà giustificata della passione che vi travolge, vi permetterà raggiungere più facilmente il vostro (anche turpe) scopo.

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