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Le famose Radici Cristiane ci sono e infatti stiamo facendo di tutto per eliminarle
2 commenti | Filed under I Formatori L'apprendimento
Sono anni ormai che a intervalli regolari rispuntano accanite discussioni sulla questione delle R.C. Immagino che la maggior parte delle persone non ne possa più, se non altro perché in realtà non c’è nessuna discussione: di solito ci si limita a urlare (anche in forma scritta) che ci sono perché si oppure che non ci sono perché no. A cercare bene però, qualche straccio di argomentazione, più divertita che polemica, si trova. Per esempio Umberto Eco, a proposito di tre giovani del tutto privi di educazione cristiana che si trovano di fronte a certe opere d’arte, così ragiona:
“Tutti e tre erano nati ed erano stati educati in paesi rigorosamente laici e in famiglie di non credenti. Questo faceva sì che vedendo ‘La zattera della Medusa’ capissero che alcuni sventurati erano appena sfuggiti a un naufragio, o che i due personaggi dell’Hayez che si vedono a Brera fossero due innamorati, ma non riuscivano a realizzare perché l’Angelico avesse rappresentato una ragazza a colloquio con una checca alata o perché un signore sciamannato discendesse a balzelloni da una montagna portandosi addosso due lastre di pietra pesantissime ed emanando raggi luminosi dalle corna (leggi tutto qui)”.
Bene, ma supponiamo che a noi della corretta interpretazione delle opere d’arte del passato non importi colpevolmente nulla. Come la mettiamo in questo caso? Come facciamo a scoprire se le R.C. Ci sono o non ci sono? Se provo a dire la mia è solo perché, da laico impenitente, ho le prove che le RC ci sono eccome. In breve:
- Una delle cose più universalmente insegnate nei corsi di formazione per GMR (Giovani Manager Rampanti) è che quando succede un guaio non ha molto senso incaponirsi a trovare un colpevole. Questo perché se anche si trova un colpevole il guaio rimane tale e quale. Meglio cercare di capire come si può risolvere il problema invece. Questa cosa si chiama pragmatismo e da decenni si spendono milioni di euro in migliaia di corsi di formazione per riuscire a inculcarla nelle GMP (Giovani Menti Plasmabili) dei GMR.
- In altre parole il concetto di colpa è appunto un concetto cristiano e la sua presenza “istintiva” nella testa di tutti noi dimostra appunto che le RC ci sono e orientano il nostro modo di pensare e agire. Anche dei laici. Purtroppo però, dal punto di vista pragmatico-organizzativo questo è un problema perché al concetto di colpa sono indissolubilmente legati quelli di pentimento, espiazione e perdono. Tutte cose che hanno molto a che fare con l’etica, ma nulla con la soluzione dei problemi organizzativi, il raggiungimento degli obiettivi ecc. ecc. Dunque da piccoli assorbiamo queste RC e poi da grandi, se vogliamo trovarci un lavoro, dobbiamo dimenticarcele.
Tutto questo sforzo planetario di estripamento delle RC, dopo anni e anni di sforzi ed enormi investimenti, sta dando i suoi frutti. Infatti le preoccupazioni di tipo etico nei posti di lavoro sono state finalmente debellate. Come in France Telecom:
France Telecom ci ripensa
24 suicidi dopo
Telecom France ferma i tagli
France Telecom al 23esimo suicidio
Perché la formazione migliore è quella che non serve a nulla
3 commenti | Filed under Arte come conoscenza Divagazioni
Mi è capitato oggi di leggere un estratto di un discorso di Alberto Asor Rosa nel quale difende con forza l’inutilità della cultura e specialmente dell’arte. L’artistico – dice – è il massimo punto di resistenza rispetto al degrado e all’appiattimento delle civiltà. Dove c’è arte e letteratura le civiltà resistono più efficacemente.
Concordo e penso anche a tutte le volte che i nostri figli (o allievi) chi chiedono: ma a cosa serve questo? Di solito riferendosi a qualcosa di storico, letterario o artistico in genere. Non tutti sappiamo rispondere come si deve a questa domanda (non banale in effetti) e quindi provo a dare una dritta a chi si trova a corto di argomentazioni:
L’artistico (e il culturale) non serve e va benissimo così. Non si dovrebbe chiedere a chi o a che cosa servono l’arte e la cultura, ma chi servono. Se ci si pensa, il verbo “servire” ha una curiosa ambiguità nella nostra lingua perché significa anche essere servitori di qualcuno. Dunque il senso fondamentale dell’essere colti e di sviluppare il pensiero estetico coincide precisamente nella capacità di non porsi come servitori di qualcuno.
L’utilità di queste cose consiste precisamente nel non servire.
Dei concerti rock avevo quasi perso la memoria, ma mi è ritornata per recente esperienza diretta giorno fa. Ebbene si: un concerto rock è l’esatto contrario di una comunità virtuale e qui suonavano le vergini di ferro .

Il fatto di avere un figlio adolescente è la scusa perfetta per tornare a frequentare i concerti a più di vent’anni di distanza dall’ultima volta e così (ri)scoprire alcune cose interessanti:
Giovani
Mica tanto. L’età media delle band si aggira sulla cinquantina alcune sono in zona geriatrica. Tra il pubblico si notano molte facce da bancari in incognito e ci sono persino neonati con tanto di passegino addobbato dark. Qui ci sono almeno tre generazioni che vanno d’amore e d’accordo.
Look
Questa e musica metal, mica scherzi. Tutti neri e truci, giacche stivali di pelle con 44 gradi all’ombra (se ci fosse l’ombra). Tatuaggi ovunque, spesso a leggiadri motivi astratti. L’unico allocco in pantaloni bianchi (bianchi !!!) e maglietta arancione trekkika-traspirante sono io (non immaginavo, scusate ), ma noto che i novizi sono bene accetti.
Fisico
Come in tutte le comunità forti anche il fisico seganala l’appartenenza. Gli uomini sono belli ciccioni, con pance da forti bevitori di birra, che infatti scorre a fiumi. Le ragazze invece tendono al diafano, pelli di alabastro che dopo ore di sole spietato si arrossano lievemente, ma poi toranano candide appena tramonta il sole. Qesti sono night owl non early birds .
Linguaggio del corpo
Altro che hard, qui ci si tradisce: è tutto uno scambio di abbracci, sguardi dolci e teneri sorrisi.
Educazione
Code chilometriche e lentissime per raggiungere gli spacci delle bibite & birre, ma l’unico che sbuffa impaziente sono io. Tutti gli altri chiaccherano a voce bassa, non spingono, non si agitano, non tentano di passare avanti. Neanche a Oxford.
Divismo
Neanche l’ombra. A pranzo una band molto nota è andata a mangiare sotto il tendone-mensa, tra il pubblico. Ad un certo punto vengono riconosciuti e si leva un urlaccio di cortesia, quasi un atto dovuto, qualche sorriso e pacca sulle spalle, e fine. Mi sono tornate in mente le scene del popolo adorante, al matrimonio recente di Briatore: bava alla bocca e ben dietro le transenne per non contaminare gli dei. Questi metallari invece si mostrano molto consapevoli di sè e del mondo e mai farebbero qualcosa di poco dignitoso.
Sballo
Niente affatto, non siamo in discoteca. Qui non non c’è alcun senso di quella solitudine di massa che governa i pallegrinaggi del sabato sera. C’è al contrario il senso di una forte identità collettiva che si costruisce e consolida nel tempo attaverso precise pratiche simboliche.
Droghe
… e così niente spinelli. Mi è sembrato di vederne uno in una folla di 3-4000 persone, meno che in un quasiasi liceo, e non sono neanche sicuro. A un certo punto vedo alcuni giovanotti sospetti che scavalcano la recinzione in un punto nascosto con i loro zainetti. Pronto intevento dello staff e della polizia in borghese, abbondante e perfettamente mimetica. E’ chiaro che pensavano di avere intercettato un gruppo di spacciatori, ma dallo svuotamento degli zaini risulta che si tratta di normali portoghesi spiantati e amanti della musica. Il sollievo è tale che se ne lasciano scappare un paio.
Sotto il palco – il sacro
La zona sotto il palco funziona come sancta sactorum e non è per tutti. Qui l’impatto dei decibel è devastante, una cosa profondamente fisica, l’impatto dei bassi stende, e nella calca ci vuole una massa fisica notevole per sopravvivere. Qui la ciccia di cui sopra è indospensabile. La struttura è religiosa: cerchio esterno (i fedeli, che ascoltano), cerchio interno (gli iniziati, che partecipano) e sul palco i sacer-docti (che officiano). Però non c’è una vera gerarchia sociale, e nessun tipo di identificazione regressiva tra seguaci e capo. Se è una religione, è una religione tra pari, non gerarchica.
Intorno – il profano
Questa idea di formare una comunità coesa e qualitativamente differente dal mondo di fuori deve inevitabilmente fare i conti con i i meccanismi economici che sono quanto di più omologante si possa immaginare. Si nota lo sforzo di tenere il mechandising quanto più possibile fuori dallo spazio del concerto, ma questo non riesce del tutto e comunque si vede chiramente che alcune delle band pomeridiane si comportano da professionisti più che da artisti. Su un gionale “etnico” leggo che la questione dei conflitti tra logica artistica e logica commerciale è ben presente a tutti e continuamente dibattuta.
Quando cede la capacità di presidiare il confine tra le due logiche e prevale in modo netto quella commerciale l’effetto può essere devastante. Ecco la testimonianza di Timo Tolkki , anima creativa degli Stratovarius, da Metal Hammer, giugno, 2008:
“il pomo della discordia nacque quando lasciammo la Nuclear Blast per siglare un contratto altamente lucrativo con la Sanctuary. Fu la mossa che distrusse la band, aggiunse alla musica un aspetto di stampo corporativo, per non dire cinico (…) appena la moneta pesante fece il suo ingresso nel quadro, entrarono anche metodi altamente discutibili nella promozione della band. (…) Fu infatti a quell’epoca che manifestai i sintomi che presto mi condusserto al ricovero per esaurimento nervoso (…) Io mi sono ripreso alla grande, ma il danno provocato alla band fu irreversibile (…) In quei sette mesi ho subito il peggior episodio di depressione della mia vita: non potevo nemmeno muovermi dal letto. (…) terminato il ricovero, mi accorsi che molte cose erano cambiate: non potevo esercitare un minimo d’influenza sul gruppo, necessaria perchè potessi esprimermi musicalmente.”
Diffcile trovare una illustrazione migliore della natura dei rapporti che intercorrono tra un gruppo creativo e la struttura organizzativa più ampia che tenta di favorirne il lavoro, ma rischia anche ad ogni passo di distruggerlo.
Lessons learned:
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Le comunità virtuali sono sciaquetta;
- Chiunque parli dei “giovani” (e delle donne, degli anziani, degli zingari…) come se fossero tutti uguali, non capisce nulla;
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I docenti delle scuole di management dovrebbero frequetare di più i concerti rock;
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Gli Iron Maiden sono molto meglio degli altri.
P.S. Il concerto era il Gods Of Metal 2008, parco Nord Bologna.
Si tengono centinaia di convegni, incontri, gruppi di studio, corsi di formazione sull’economia della conoscenza. Se ne ricava che tutti dobbiamo prepararci alla società della conscenza oppure faremo una pessima fine. A molti questo sembra ovvio, ma siccome dovrò progettare alcuni interventi di formazione per persone reali in contesti niente affatto virtuali ho sentito la necessità di cercare in qualche fonte presumibilmente affidabile per raccogliere qualche informazione meno retorica di quelle che si ricavano dai convegni e dai guru-pensieri.
In parole povere ne ricavo che in Italia della società della conoscenza non importa nulla a nessuno (lo sospettavate?).
La prima fonte di questa mia personale opinione è il Rapporto OCSE 2008, fresco di stampa. Nelle tabelle che seguono (rimpicciolite e semplificate) L’Italia è quella in rosso.
Investimenti in conoscenza

Definizione: gli investimenti in conoscenza sono calcolati come somma delle spese in Ricerca e Sviluppo, sul totale delle spese per l’educazione (poubblica e privata) e su quelle per il software (con alcuni correttivi statistici). Si noti che in questo modo il temine “investimento” è utilizzato in senso ampio.
Research and Development (R&D) – Researchers
Definizione: i ricercatori sono professionisti impegnati nella concezione e creazione di nuova conoscenza, prodotti, processi, metodi e sistemi e anche coloro che sono direttamente coinvolti nella direzione dei progetti.

Investimenti in ICT

Andando a spulciare le serie storiche dell’OCSE per l’Italia si nota anche che nei momenti di difficoltà economica gli investimenti in conoscenza sono i primi ad essere tagilati. Evidentemente nessuno si sogna di considerarli investimenti. C’è stata però una ripresa negli ultimi due anni che ci ha riportati (quasi) ai livelli del 1994-96. Anni del massimo splendore della nostra lungimiranza nazionale. A quel tempo si cominciava appena a parlare di economia della conoscenza (internet è partita sul serio nel 1990) e subito dopo i nostri investimenti nel settore sono crollati.